Fdor Michajlovic Dostoevskij.
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La moglie di un altro.
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1936. S.A.C.S.E., MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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La moglie di un altro e Il marito geloso furono pubblicati nel 1848.
Quando avvenne la pubblicazione nel primo volume delle Opere nel 1860, i due racconti vennero riuniti a formare un unico testo dal titolo La moglie di un altro e il marito sotto il letto (Unavventura fuori dellordinario). Dostoevskij si diverte qui ad analizzare un aspetto dellamore che non  certo quello che conosciamo attraverso i suoi grandi romanzi. Si vede chiaramente che per Dostoevskij la gelosia  il sentimento che rende lamore contemporaneamente ridicolo e tragico. Se  ingiustificata avvelena la vita senza motivo a due o pi persone, se  motivata  comunque troppo tardi Ed  cos per il protagonista di questo racconto che insegue le infedelt della moglie la quale  infedele persino con gli amanti. Nella prima met infatti il marito geloso confronta il proprio malessere con quello di un probabile amante della moglie, a sua volta aggirantesi nei pressi della casa dove sospettano possa essere la donna. Nella seconda parte si ritrova invece sotto a un letto dopo aver sbagliato per camera, e trova il nascondiglio gi occupato.
Il testo  completato da un altro racconto, Il ladro onesto, nel quale Dostoevskij prende in esame il tema a lui caro della sincerit e dellonest.
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NOTA del traduttore.
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La moglie di un altro appartiene alla produzione meno conosciuta di Dostojevsky. Esso  un romanzetto, o meglio, un lunghissimo e vivacissimo dialogo, legato da una comica trama, senza altro fine che quello di far trascorrere un'ora lieta, sulle disgrazie del povero Ivan Andreic, l'involontario protagonista.
Romanzo umoristico, dunque, nel senso, pi etimologico della parola; e come tale dev'essere considerato; n si crede che lo stesso Dostojevsky gli desse altro valore. Esso costituisce del resto una specie di seconda attivit del Nostro, in quanto di lui abbiamo anche Il sogno dello zio e Il villaggio di Stepancikovo, che sono sullo stesso piano.
Per quel che  a nostra cognizione, questa  la prima volta che La moglie di un altro viene presentato al pubblico italiano. Speriamo che chi apprezza le tragiche vicende dei Fratelli Karamazof, o l'angoscioso Delitto e castigo, o il romantico L'idiota, e gli altri lavori del grande russo, faccia buon viso anche a questo, scritto forse, ahim, in un momento di bisogno di denaro, di infermit, di dolorose esperienze.
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LA MOGLIE DI UN ALTRO.
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Indice.
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VITA DI DOSTOJEWKI. 
LA MOGLIE DI UN ALTRO.
IL LADRO ONESTO.
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Fine Indice.
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VITA DI DOSTOJEWKI.
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Pragrafo 1.
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La vita di questo grande scrittore costituisce di per s un vero romanzo, in quanto fu agitatissima, piena di vicende non comuni, di splendori e di miserie, di ineffabili gioie e di dolori inenarrabili.
Suo padre era medico, e dirigeva un grande ospedale di Mosca, vicino al quale aveva la propria dimora. Quivi, da Michele, lituano di origine, che come abbiamo detto era medico, medico militare, e da Maria Netciaief, della borghesia moscovita, nacque, secondogenito, il 30 ottobre 1821, Feodor (Teodoro) Micailovic Dostojevsky.
Il padre era un uomo istruitissimo, fiero, e di idee molto europee, dati i tempi; quasi avaro in altre cose, non risparmi un centesimo per l'educazione dei figli. Li mise al collegio francese di Suchard, perch studiassero a dovere, e poich in quel collegio non si insegnava il latino, vi provvide egli stesso, ed esigeva che tutti i giorni, terminati i compiti della scuola, essi ripetessero davanti a lui le lezioni di latino.
Era un uomo severo, eppure, come racconta la figlia dello scrittore, Aime, nei suoi Ricordi, non faceva sopportare ai suoi figli pene corporali, fatto comunissimo allora, in Russia: anche questo  un segno di quanto egli fosse avanzato nelle opinioni.
Nonostante che il padre insegnasse loro il latino, non  detto che egli avesse particolare predilezione per quella lingua: anzi, ne aveva una per la lingua francese; predilezione che rimase anche a Feodor, il quale la us con grande frequenza, e spesso mise parole o frasi francesi nei suoi romanzi, quando gli parve che cos potesse esprimere meglio il suo pensiero. Feodor per conosceva bene anche altre lingue, benissimo il tedesco, e ci perch aveva il cosiddetto "genio delle lingue".
La fanciullezza di Feodor trascorse cos in un ambiente familiare, vicino ad un luogo di tristezza, fra il padre severo ma buono, e la madre, che era una dolce creatura, sottomessa al marito, interamente dedita alla famiglia.
Il grande compagno di questi anni fu per Feodor il fratello maggiore Michele, che si acquist bella fama come traduttore di Schiller e di Goethe, e che diresse le riviste moscovite Il Tempo e L'Epoca. Era la loro fraternit, del resto, l'unica forma di amicizia concessa dal padre, il quale non permetteva che essi frequentassero molte compagnie: la figlia dello scrittore, infatti, pur elogiando l'educazione impartita dal medico Dostojevsky ai figliuoli, non esita a qualificare la loro esistenza come quella di chi vive in una "prigione domestica".
Peccato che il padre del grande scrittore avesse un vizio, che si ripercosse poi in modo disastroso sulla figliolanza - egli ebbe otto figli, fra maschi e femmine -; voglio dire il vizio del bere, che lo port in seguito anche ad una avarizia, che ebbe terribili conseguenze.
Egli possedeva molte tenute, e si recava sovente a visitarle, dimostrandosi non di rado esageratamente rigido coi contadini, e negli ultimi tempi di sua vita anche crudele - abitudine del resto che a quei tempi era molto comune e tollerata -. Fatto  che un giorno d'estate egli non torn da una di tali visite. Lo trovarono sul biroccino, a sera, assassinato. Erano scomparsi il cocchiere, il cavallo e parecchi contadini dei dintorni: insomma, si trattava di una vendetta.
La mente sensibile di Feodor rimase fortemente impressionata da questa tragica fine - che a noi italiani, sia pure con molte differenze di circostanze, a cominciare dal movente e dalle abitudini dell'ucciso, fa ripensare alla morte tragica del padre di Giovanni Pascoli ed alla influenza che essa ebbe sull'animo gentile del poeta del "fanciullino".
E qui termina la vita terrena di quest'uomo, al quale senza dubbio Feodor, nonostante i contrasti dovuti specialmente, ripetiamo, alla strana avarizia, volle bene; ma non terminarono le fatali conseguenze del suo vizio. Infatti, l'alcoolismo del medico fece la disgrazia di quasi tutti i figlioli. Il primogenito e il minore dei figli, Nicole, ereditarono la terribile abitudine; Feodor all'alcoolismo paterno dovette la epilessia che lo fece tanto soffrire.
Un'altra figlia del medico, Barbara, divenne maniaca, visse come una miserabile quantunque fosse rimasta vedova di un uomo che le aveva lasciato un patrimonio; e fin uccisa da un ladro che la colse nel sonno. Un figlio di questa donna rasentava la totale idiozia. Tutta la famiglia Dostojevsky, del resto, soffr di esagerata nervosit.
Se insistiamo su questi particolari relativi alla famiglia del Nostro,  per far comprendere quali tristi influenze dovessero convergere a render infelice questa bell'anima, ad annebbiare questa bella mente, fatta per creare superbi monumenti del pensiero; a turbare questa prodigiosa organizzazione al servizio della poesia.
Abituato dal padre a evitare contatti volgari, il giovinetto Dostojevsky rifuggiva le compagnie ridanciane e festose dei suoi coetanei, preferendo quella del suo vero fratello d'anima, e con lui dividendo le fantasie, i palpiti, le aspirazioni; soprattutto ripiegandosi su se stesso, "ascoltandosi", diventando prima scrutatore di se stesso che scrutatore dell'anime altrui.
Frutti di questo isolamento, di questa precoce seriet di vita furono alcuni versi che egli scrisse di nascosto e di nascosto lesse al prediletto fratello.
Nel 1837, quando il giovane Feodor aveva sedici anni, mor la sua dolce madre, che tanta parte aveva avuto nella comprensione di quel delicato animo; ed allora il medico condusse entrambi i giovani - Feodor e Michele - a Pietroburgo, perch vi frequentassero la Scuola Militare degli Ingegneri: a quei tempi, la carriera militare offriva molte possibilit ad un giovane intelligente, e d'altra parte la laurea in ingegneria poteva sempre assicurare una professione ben rimunerata. Ma disgraziatamente, quantunque, nella sua qualit di medico militare, il vecchio avesse ottenuto due borse di studio, una per ciascun figlio, non pot far ammettere che il minore alla Scuola: l'altro non fu accettato perch ritenuto troppo gracile; e con loro grande disperazione i due fratelli si dovettero separare, in quanto la direzione della Scuola consent per a mandare Michele a Reval, dove aveva una succursale di minore importanza.
Ad aumentare il dispiacere del giovane Feodor, vi fu il fatto che, poco dopo, anche il padre torn a Mosca, lasciandolo perci solo, senza parenti e senza amici. Essendo convittore, doveva passare le vacanze nella Scuola, perch non conosceva nessuno in citt.
Coi compagni, gente ordinariamente gretta e volgare, non poteva andar d'accordo, n prender parte alle loro dimostrazioni. Non poteva neppure soffrire le matematiche e le scienze, ma per obbedienza si sobbarcava a studiarle. Non  detto per che egli non riuscisse anche in questi studi che detestava: il suo forte ingegno, il suo fortissimo animo gli permettevano di vivere due vite: una per s, l'altra per la scuola.
Trov un amico, un certo Grigorovic, col quale pot andar d'accordo, perch entrambi nascostamente scrivevano e sognavano di diventare romanzieri.
N per questo dimenticava il fratello Michele, col quale teneva attiva corrispondenza. Anche al padre scriveva spesso, ma ahim, le sue non erano che richieste di denaro, rese necessarie dall'avarizia di cui abbiamo parlato, e che dopo la morte della moglie era aumentata, con l'aumentare del vizio del bere - tanto che il medico aveva dovuto dare le proprie dimissioni, e ritirarsi in campagna con le due figlie minori, occupandosi in modo tirannico della loro educazione.
Finirono, Feodor e il padre, con l'aver gravi malintesi, perch il padre negava al futuro romanziere le cose pi necessarie: come le scarpe di ricambio, o il denaro per poter bere una tazza di t. Tale malinteso per non dur a lungo, perch nel 1844 il padre venne a morte, nel modo che sappiamo.
Non  necessario dire quanto di s e dei suoi abbia parlato Dostojevsky nei romanzi di cui tratteremo: ad esempio, nei Fratelli Karamazof, non si pu a meno di pensare che egli scrivesse del vecchio ubriacone, avendo davanti alla memoria il padre, e che Alioscia non sia lo stesso Feodor.
Quando ebbe terminati gli studi alla Scuola degli Ingegneri, conquistando brillantemente la laurea, Feodor ottenne un posto nel Dipartimento degli Ingegneri militari, ma non lo conserv a lungo e, seguito dal suo amico Grigorovic, dette le dimissioni, ed assieme affittarono un appartamentino, vivendo, il primo di quanto gli mandava - poco ma sufficiente a vivere - il suo tutore da Mosca, il secondo del denaro inviatogli dalla madre.
Ma Feodor non fu mai buon amministratore del proprio denaro, che spese a piene mani quando ne ebbe, per poi conoscere periodi di nera miseria.
Venne un momento in cui egli, oberato dai debiti, propose al tutore di cedergli i diritti sull'eredit contro una discreta somma, che gli fu subito pagata e con altrettanta rapidit sfum. Ma Dostojevsky si era liberato dei debiti, e questo era molto.
Egli allora cerc di vivere facendo traduzioni, che gli fruttarono pochissimo, quantunque fossero molto belle: si cita fra esse quella di Eugenia Grandet di Balzac. Infine, una sua zia, che aveva sempre avuto una particolare predilezione per Feodor, gli venne in aiuto, passandogli mensilmente una pensioncina.
Ed ecco come fu conosciuto il primo buon romanzo di Dostojevsky, vogliamo dire Povera gente!  necessario premettere che Grigorovic, a differenza di Dostojevsky, era amante della buona compagnia, e che, mentre il futuro grande romanziere passava le intere giornate al tavolino, l'altro le trascorreva nei salotti, dove era ben visto da tutti, non escluse le donne.
Orbene, egli si leg d'amicizia al poeta Nekrassof, che voleva pubblicare una rivista letteraria, e per cominciare pens di farsi affidare dal suo amico Feodor il manoscritto di Povera gente!
"Grigorovic mostr dunque il manoscritto di questo romanzo a Nekrassof, e non avendolo ancora letto, decisero insieme di scorrerne alcuni capitoli per giudicarlo. Essi lessero tutto il manoscritto senza potersi alzare dai loro posti, e lo terminarono mentre l'alba sorgeva. Nekrassof ne fu meravigliato.
"- Andiamo a vedere Dastojevsky", disse a Grigorovic, "perch desidero subito dirgli ci che penso del suo lavoro".
"- Ma  ancor notte e certo dorme! - rispose Grigorovic.
"- Ma che cosa importa? Questo  assai pi importante del sonno".
"E l'entusiasta corse a destare mio padre alle cinque del mattino per annunciargli che aveva un gran talento".
Anche il sommo critico Bielinsky elogi il romanzo, che fu pubblicato nella rivista di Nekrassof, ed ottenne grande successo, dando di colpo la celebrit al suo autore.
Nonostante la sua ritrosia, la sua timidezza da lituano, egli fu cercato, complimentato, vollero sentirlo parlare, e lo trovarono spiritosissimo. I principali salotti intellettuali gli si aprirono, lo ricevettero cordialmente. Nel salotto del conte Vieillegersky particolarmente egli si trov a suo agio, e la figlia Aime asserisce ch'egli certamente vi scopr quei tipi che poi raffigur nel romanzo Netuska da noi pubblicato col titolo: Le memorie di un'orfana.
La gelosia, si capisce, non manc di tentar di mordere la sua nascente gloria. I nemici fecero correre su Dostojevsky le pi ridicole dicerie, come questa: che il successo avesse dato alla testa dello scrittore, e che egli voleva che ogni suo scritto comparisse nella rivista ben incorniciato, in modo da distinguersi dai lavori degli altri. Dissero della timidezza del giovane, che quasi era svenuto davanti ad una bella donna, all'atto di esserle presentato...
Purtroppo, non ultimo a parlar male di lui fu Turgheniev.
La figlia Aime nota a questo punto dei Ricordi che  notevole il fatto che di solito chi proteggeva lo scrittore non era di origine russa: sembrava quasi che i veri Russi sentissero in lui un nemico... Questo fatto per riguarda solo la prima giovinezza; dopo i quarant'anni, Dostojevsky diventa russo appieno, e tali sono anche i suoi amici e protettori.
Il primo romanzo di lui, a ben vedere, non  privo di errori tecnici, manca di verosimiglianza e d a vedere qua e l lo sforzo unitario, ma  profondamente vero nell'analisi dei personaggi, nella psicologia di questi tipi umani, che vengono presentati con delicatezza di tocco. Se si vuol associare Povera gente! ad altri lavori conosciuti, non si pu non pensare al Mantello di Gogol, del quale riprende almeno esteriormente il soggetto, e ai Miserabili di Hugo, che non erano ancora usciti, ma che, come si dice, "erano nell'aria", come tutte le opere che rispondono ad un sentito bisogno del popolo.
Non per nulla Bielinsky, meravigliato, chiese al giovane Dostojevsky, che vincendo la propria timidezza gli era comparso davanti, se egli conosceva il valore di quel che aveva scritto. Cos dicendo, il grande critico dimostrava di aver intuito le somme qualit dello scrittore, qualit che erano gi tutte in germe fin da questo lavoro giovanile.
Spinto dal successo, ed insieme comprendendo le manchevolezze del suo primo lavoro, Dostojevsky si mise con ardore all'opera, e scrisse Il Sosia, che  la narrazione degli ultimi giorni della vita di un pazzo. Questo romanzo per non piacque alla critica: "i pazzi non erano di moda, e si trov noioso un romanzo senza eroe e senza eroina" dice la figlia dello scrittore, con fine ironia.
Tuttavia, Dostoievsky ebbe sempre la convinzione che Il Sosia valesse qualcosa, e soltanto il timore di perder il successo conquistato col primo romanzo lo spinse a ricalcare la strada gi percorsa, e a tornare alla derivazione gogoliana.
Per volle studiare uomini e ambienti cercandoli nel luogo della loro vita, parlando con loro, osservandoli e notando. Come un pittore, egli cercava insomma i suoi modelli, per non lavorare di maniera. Solo pi tardi, egli creer senza aver bisogno di creature vive dinnanzi.
Ma i frutti di questo periodo, La padrona di casa e Le notti bianche, non incontrarono maggior successo del Sosia. Il pubblico non si interessava a questi tipi da soffitta, la loro vita meschina e volgare non lo interessava.
Dubit allora Dostojevsky del proprio ingegno. La sua salute ne soffr, egli divenne nervoso, sfuggiva i salotti, vagabondava per le vie di Pietroburgo, sembrava pazzo.
Nessuna donna attraversa in questo periodo la sua vita, che si svolge casta come quella di un ingenuo collegiale. Dopo, la cosa sar ben diversa. Occorreva la prigione, occorreva la Siberia, perch Dostojevsky perdesse la timidezza, e la sua vita assumesse del romanzesco anche in questo campo.
Due fanciulle tuttavia sono da lui descritte in un breve romanzo, Netuska, scritto in questo periodo: la piccola orfana, che  la protagonista, e la principessina Katia, legate da morbosa amicizia infantile. Pallide evanescenti figure, che non hanno rilievo, ma che dicono quali possibilit avesse l'uomo che le aveva create.
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Pragrafo 2.
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Fu in quest'epoca che egli si leg al cosiddetto Circolo di Petrascevsky, gruppo di giovani sognatori che miravano a rovesciare il governo degli Zar ed a fondare una loro ideale repubblica.
Pare che Dostojevsky incarnasse il tipo del perfetto congiurato: almeno, cos affermava uno dei congiurati stessi. Era silenzioso, poco espansivo e non diceva tutto quel che gli veniva in mente a tutti, come  comune, o almeno come era comune abitudine in Russia. Ebbe poi per tutta la vita questo carattere riservato, anche con la moglie, nei primi tempi del matrimonio.
Scoperta la congiura, vennero arrestati Feodor, Michele e un altro loro fratello, Andrea, che era stato diffidato da Feodor a non frequentare quelle riunioni; ma soltanto con Feodor la polizia fu severa, in quanto Andrea pot facilmente dimostrare che non sapeva nulla, e Michele, che era sagace e sapeva molto bene tacere a tempo, seppe pure cavarsela con poche settimane di detenzione.
Non cos lo scrittore, che fu rinchiuso nella terribile fortezza di Pietro e Paolo, la prigione dei reclusi politici. Quivi egli trascorse i pi terribili giorni della sua vita, quantunque vi scrivesse uno dei suoi romanzi pi freschi, Il piccolo eroe. Forse egli riusc a crearsi, nell'ombra del carcere, il profumo dei fiori, l'incanto del verde, il sorriso dei fanciulli.
Il magistrato, un generale, incaricato del processo Petrascevsky, colpito dalla mancanza di prove della colpevolezza sui congiurati, pens che forse, interrogando lo scrittore, timido e ingenuo in modo notorio, avrebbe potuto cavarne qualche cosa; ma il risultato fu molto diverso da quello da lui sperato, perch Dostojevsky oppose ben presto una accanita dialettica alle abili domande che gli venivan poste. Le angoscie che egli prov in quei giorni rimasero tuttavia incancellabili nella sua mente, e nella sua memoria il ricordo del generale che aveva tentato di fargli tradire i compagni di lotta.
Il processo fin con una sentenza di morte, che per lo Zar si rifiut di firmare, pur manifestando il desiderio di dare alla giovent "una buona lezione". E la lezione venne data sotto la forma di una lugubre commedia: venne tutto preparato per la fucilazione - quantunque ai soldati non fossero date che cariche a salve - e quando gi i fucili erano puntati verso i condannati, giunse un messo dell'Imperatore con la commutazione di pena.
L'Imperatore si dimostr in tale occasione cattivo psicologo, perch non pens quali conseguenze poteva avere su quegli animi giovanili la improvvisa gioia di continuare a vivere, quando gi contavano di essere sulle soglie dell'al di l: alcuni divennero pazzi, altri morirono presto: forse l'epilessia di Dostojevsky non avrebbe preso una forma cos violenta, senza quella parodia di esecuzione.
Coloro che lo videro sul patibolo, dichiararono che egli si comport con grande dignit: egli stesso afferma che in quel momento non prov che un timore mistico, in quanto lo spaventava l'idea di comparire davanti al tribunale divino, per un giudizio al quale si sentiva impreparato.
Ritorn in fortezza e qualche giorno dopo part per la Siberia, accompagnato da un gendarme. Attravers Pietroburgo la vigilia di Natale, mentre tutte le case si illuminavano per la festa imminente.
In Siberia, non ebbe soccorso alcuno dai parenti, spaventati dalla sua condanna e dalla umiliazione di avere un parente in quella situazione. Solo aiuto finanziario gli fu dato da una signora benefica, moglie di un rivoluzionario, che riusc a fargli avere venticinque rubli, che gli servirono per procurarsi un po' di biancheria, del sapone e del tabacco, e a migliorare nei primi tempi il suo nutrimento.
Quattro anni dovette stare Dostojevsky, anima delicata e sensibile, in mezzo ai forzati. Altri forse si sarebbero sdegnati di s trista compagnia, avrebbero cercato di appartarsi, di fruire di un trattamento diverso in grazie della diversa origine sociale: egli invece no; si un alla povera gente, dapprima deriso, poi apprezzato, riconosciuto per quel nobile cuore che era.
Vi furono suoi compagni di pena che cercarono di alleviargli le sofferenze, ben comprendendo che egli, abituato agli agi, pi di loro doveva risentire la differenza di condizione fra il passato e il presente. Lo interrogavano, si facevano dar spiegazioni su ci che non capivano: egli era il loro buon maestro, intesa la parola nel suo altissimo significato evangelico.
Quei poveri analfabeti probabilmente non sapevano neppure che cosa significasse essere romanziere, e scrivere un romanzo; ma intuivano che Dostojevsky era un messo divino, un uomo mandato per spiegare agli ignoranti la legge di Dio.
Una volta, un forzato si offr di lavarlo, e Dostojevsky, ricordando questo episodio, osserva: "Mi puliva come se fossi stato di porcellana".
Gli risparmiavano ogni fatica, e insomma erano molto migliori dei colleghi e dei cittadini che, pur avendo l'istruzione sufficiente per apprezzarlo, non avevano mosso un dito in sua difesa; solo Nekrassof dimostr di comprendere l'alto valore umano di quella prigionia, raffigurando nel protagonista di un suo poema, I disgraziati, lo stesso Dostojevsky, e facendone un eroe.
I galeotti dunque insegnarono molto a Dostojevsky, e specialmente ad amare la Russia.
Del viaggio terribile verso la Siberia, col capo raso e il camice del disonore, Feodor lasci terribile ricordo nel Diario di uno scrittore, apparso molti anni dopo; della prigionia, o soggiorno, se cos si vuol chiamare, in Siberia, ad Omsk, nella Casa dei morti, dove son pacatamente descritti i pi spaventosi e drammatici fatti che la crudelt e la miseria umana possan suggerire. Lunghissima eco ebbero questi due libri, che si leggono ancor oggi come storie fantastiche, tanto pare impossibile che alle soglie dell'Europa potessero, nel bel mezzo del secolo XIX, avvenire cose simili.
La salute di Dostojevsky, anzich essere minata dal disagio e dal clima, si tempr, sebbene continuassero e si ripetessero gli attacchi dell'epilessia. Non pot neppure, come forse qualcuno pu pensare, studiare, durante quei quattro anni, o scrivere i suoi romanzi: essi furono interamente stesi negli anni successivi; quanto a leggere, per tre anni egli non pot neppure vedere un giornale.
Quando, dopo quattro anni, egli ebbe scontata la pena della deportazione, torn a Pietroburgo, assai mutato, e nel fisico e nel morale. Erasi irrobustito, abbiamo detto, e molte fisime e malanni immaginar o nervosi gli erano stati spazzati via dalla rude necessit di vivere laggi; quanto al morale, egli comprendeva la sua missione, la missione dello scrittore: quella di propagandare nelle folle il verbo del Cristo. Non ebbe nessun rancore contro chi lo aveva incarcerato, e mandato in esilio, perch afferm che solo in quel modo gli era stato possibile imparare l'essenziale, cio la legge di Dio.
Aime delinea in una pagina scultoria la missione dello scrittore, identificandola con la umana vicenda del padre:
"Credendosi innocente, e non conoscendo in s nessun vizio, non avendo avuto altro che idee nobili e pure, egli ha dovuto domandarsi con doloroso stupore perch avesse meritate codeste sofferenze; per quali azioni egli si fosse attirate le ire di Dio, che aveva sempre teneramente e rispettosamente amato.
"Ha quindi dovuto dire a se stesso che Dio gli aveva mandato queste sofferenze, per fortificarlo, e non per punirlo, per far di lui un grande scrittore utile al suo paese, al suo popolo...
"Per poco che oggi sia credente, qualunque scrittore, musicista, pittore, scultore, scienziato, si crede un messia, e accetta docilmente la sua croce. Ciascuno di loro ha la sensazione assai netta che, dando loro un talento, Dio non aveva l'intenzione di porli al disopra della folla, ma che al contrario, li ha sacrificati, per le felicit degli altri, ne ha fatti dei servitori dell'umanit.
"Pi grande  il talento, e pi luminosa diventa l'idea del sacrificio agli occhi dell'uomo di genio. Talvolta egli si sdegna di essere sacrificato, e allontana con collera la coppa amara che la sorte gli tende. In altri momenti, invece, egli si sente straordinariamente soddisfatto di essere stato scelto da Dio per propagarne le idee sulla terra. Di mano in mano che l'uomo di genio riflette sulla sua missione, la sua collera e la sua tendenza alla rivolta scompaiono.
"Egli domina la folla, si sente pi degli altri mortali vicino a Dio, e lo zelo della sua missione cresce continuamente...".
Ma la punizione dello scrittore, secondo la legge russa, non era ancora terminata: egli doveva servire come soldato in un reggimento siberiano, fino a quando, nominato ufficiale, avrebbe potuto riprendere la sua posizione di uomo libero.
A Semipalatinsk, dove fu mandato, trov le migliori accoglienze. I suoi romanzi lo avevano reso noto, e d'altra parte Dostojevsky non era pi il misantropo, che sfugge il consorzio umano, ma un uomo cui piaceva vivere fra gli altri uomini, russo fra i Russi.
Perdona ai parenti che lo hanno cos vilmente abbandonato nei momenti difficili e riallaccia le relazioni interrotte con Pietroburgo e Mosca.
A Semipalatinsk lo scrittore contrasse amicizia con un baltico appena giunto in Siberia, il barone Vrangel, e vissero insieme, da fraterni amici, per parecchio tempo. Con quest'uomo di fine educazione, Dostojevsky si sent rivivere. Pi tardi, il barone Vrangel fu trasferito, ma conserv grande ammirazione e amicizia per lo scrittore, e pubblic in seguito dei Ricordi sulla loro vita in comune.
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Pragrafo 3.
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E anche nella vita di Dostojevsky entra l'amore. Egli conosce una donna, Maria Dimitrievna, di oscura origine, pare che nelle sue vene scorresse non poco sangue africano, moglie di un ufficiale condannato dai medici. Ella freddamente calcola che, quando il marito morr, le lascer una pensione ben misera, e cerca di irretire col proprio fascino l'inesperto Dostojevsky, che non riesce a sottrarsi alla seduzione della donna. E quando l'ufficiale muore, egli la sposa, convinto di essere finalmente amato, lui, che non ha mai conosciuto l'amore. A questa epoca ha trentotto anni.
Ma lo attende un crudele disinganno. La moglie lo tradisce ignobilmente con un giovanotto, col quale ha trascorso persino l'ultima notte prima delle nozze con Dostojevsky! Ella arriva al punto di confessargli di non averlo mai amato, di averlo sposato per interesse, di aver repugnanza per un uomo che per quattro anni ha vissuto coi ladri e con gli assassini...
Dostojevsky ascolta esterrefatto la terribile donna, che gli trafigge l'animo, con quelle ciniche parole, le quali lasciano nella sua mente una traccia che dura a lungo. Come, lui, Dostojevsky, non potr dunque mai essere amato, "perch  stato per quattro anni con la feccia della societ...?". Ecco il suo disperato pensiero.
Ha lasciato l'esercito, e si  rituffato nella vita letteraria. Ora lascia la moglie, non potendo pi sopportarne la presenza, e ottiene - finora non aveva potuto che dimorare a Tver - di entrare anche nelle due capitali.
Intanto, la tisi, che aveva ucciso il marito di Maria Dimitrievna, colpisce anche la donna, ed ella ne rimane fortemente attaccata. Dostojevsky la soccorre come pu, la cura, perch il suo animo gentile rifugge dalle vendette, e anche perch in fondo  sua moglie, qualunque cosa abbia fatto; ma spesso si allontana da Tver, viaggia per la Russia, partecipa alla redazione delle riviste del fratello Michele - Il Tempo e L'Epoca - finch gli capita la grande avventura passionale, l'avventura che getta lo scompiglio nell'animo e nella mente dello scrittore.
Era allora in voga a Pietroburgo una specie di bohme studentesca, che aveva fra le sue pi vivaci rappresentanti una bellissima giovane di nome Paolina. Costei, vedendo che Dostojevsky  l'idolo degli studenti, senz'altro gli scrive confessandogli il proprio amore, e chiedendo di andare con lui.
Dostojevsky non crede ai propri occhi. A quarant'anni, finalmente, gli si offre l'amore! Dunque, c' una donna che non tien conto del fatto che egli  stato per quattro anni coi galeotti, in Siberia! Sta bene che sua moglie lo abbia ignobilmente tradito, ma ora sta languendo, forse avr pochi mesi di vita...
Dostojevsky non si sente di rifiutare quest'offerta d'amore, e anticipa quelle che potranno essere gioie lecite: propone a Paolina un viaggio per Parigi, e intanto la fa partire, proponendosi di raggiungerla. Ma poich egli tarda qualche settimana, la bella e incostante Paolina, la studentessa che era stata di tutti i bohmiens di Pietroburgo - si capisce, Dostojevsky non se l'era neppur immaginato, e nessuno si era dato la briga di toglierlo dalla sua rosea illusione - nella solitudine si innamora di un francese, e scrive a Dostojevsky per dirgli che non ne vuol pi sapere di lui.
Disperato, Feodor parte, attraversa la Germania senza neppure accorgersi delle bellezze che dovrebbe vedere -  la prima volta che va in Occidente - si precipita a Parigi, dove Paolina lo riceve piuttosto freddamente, e gli ripete quel che gli ha scritto. Allo scrittore non resta che da inchinarsi: egli  troppo amante della libert, per non capire quella degli altri.
Ma l'avventura con Paolina non termina qui. Muore Maria Dimitrievna - e fino all'ultimo lo scrittore la cura, e ha ogni precauzione perch ella ignori il romanzetto sentimentale da lui intessuto - il giovane amante francese lascia Paolina; e Dostojevsky, che ormai ha preso il gusto dei viaggi e, ahim, del gioco, e scorrazza fra Pietroburgo e Parigi e Londra - dove conosce Herzen - e Colonia, e le citt dove vi  gioco... Dostojevsky, dunque, finisce col prender con s la giovane avventuriera, finch costei non lo abbandona di nuovo, in seguito alla pubblicazione dei primi capitoli di Delitto e Catigo, il forte romanzo che dovette far andare alle stelle la fama dello scrittore, ma che sul momento non gli procur che straordinar grattacapi, non ultima l'ostilit degli studenti, i quali si sentivano offesi dalle caratteristiche del protagonista Raskolnikof, lo studente assassino raffigurato nel romanzo.
Paolina, la eterna studentessa, la loro sostenitrice, non volle pi rimanere con lo scrittore la cui gloria letteraria era messa in discussione, per questa brutta polemica sullo studente Raskolnikof. E Dostojevsky rimase nuovamente solo.
In quel periodo aveva intanto prodotto anche altri romanzi, i pi noti dei quali sono Umiliati ed offesi, e Il Giocatore, che ha molto dell'autobiografico.
Ma per parlare della vita amorosa del Nostro, abbiamo un po' lasciato nell'ombra quella che era in quell'epoca la sua vita, misera vita, finanziaria. Le perdite al gioco, il disastro cui egli dovette far fronte in seguito alla morte del fratello, che gli lasci nelle braccia la rivista L'Epoca, in una situazione arruffata la scarsa salute, i sempre pi continui attacchi di epilessia, avevano coperto di debiti lo sventurato Dostojevsky: causa non ultima dei suoi viaggi era, anzi, la necessit di far fronte ai numerosi creditori, o di sfuggirli.
La necessit di fronteggiare agli impegni contrattuali (ch, ove egli mancasse, si troverebbe di fronte al disastro) lo costringe a cercare un mezzo pi rapido per tradurre in concreto i sogni della sua fantasia. Erano i primi tempi della stenografia, ed egli si rivolge ad un maestro di questo sistema, che gli consiglia di provare con la sua migliore allieva, una fanciulla neanche ventenne, di ottima famiglia, Anna Grigorievna Snitkina.
La giovane, che era gi una sua grande ammiratrice, scrive sotto dettatura gli ultimi capitoli del Delitto e castigo, ed in tal modo il pi feroce degli strozzini che stavano alle costole dello scrittore  tacitato.
Dapprima la giovane trova molto diverso da quel che si immaginava il poeta del suo cuore; ma la continua vicinanza con lui, il vederlo assillato dalle preoccupazioni, incomodato dalla malferma salute, e fervido di esuberante ingegno, le fanno comprendere quella che deve essere la sua missione sulla terra: essere il buon angelo di quel diseredato della fortuna, consolarlo, proteggerlo, aiutarlo.
Vi son venticinque anni di differenza fra i due: non importa: ella  disposta ugualmente ad essere sua moglie.
Quando terminano il lavoro in corso, lo invita a casa propria, e Dostojevsky viene ricevuto come si conviene ad un grande scrittore, e ad un futuro genero. Egli esita a lungo prima di chiedere la mano della fanciulla, che come abbiamo detto  di ottima famiglia, colta, bellina, intelligente. Come sacrificare tanta esuberanza di vita alla propria esistenza travagliata e declinante?
Ma quando si decide, trova la migliore accoglienza, e comprende che la felicit famigliare, che gli  mancata per tanti anni, ora gli spalanca le porte. Egli,  vero, non potr mai essere per Anna, Nituska, come la chiama, il fervido amante, ma sar purtuttavia il fratello, l'amico, il fedele compagno; e Anna sar per lui il prezioso ausilio, la sua ombra discreta e indispensabile, tutta compresa del proprio nobile compito.
Questa vita durer poco men di tre lustri, durante i quali i malanni dello scrittore si aggraveranno; nei primi tempi, anche le strettezze finanziarie si faranno atrocemente sentire, sebbene lenite dalla coraggiosa fiducia della giovane moglie; ma finalmente, negli ultimi anni, egli potr godere una relativa agiatezza, e con essa potr assaporare la ineffabile gioia di assistere al trionfo delle proprie idealit letterarie.
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Pragrafo 4.
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Esula dal compito di questo breve profilo la disamina delle opere del grande scrittore; ma  pur necessario intrattenersi su alcune di esse, e particolarmente su quelle di maggior conto.
Abbiamo detto del contrastato successo di Delitto e castigo. Forse la nostra frase non  esatta. Grandissimo fu il successo di pubblico e di critica ottenuto dal libro. Ostili gli furono solo taluni ambienti che si videro in esso raffigurati; parve, come abbiamo detto, agli studenti, che tornasse a loro disonore il fatto di aver come loro rappresentante un ladro e assassino. Non altro.
L'idea prima di questo potente romanzo gli era venuta dalla lettura di Eugenio Aram, di Bulwer Litton - il popolare autore degli Ultimi giorni di Pompei. Ma come sempre, anche quando si tratta di derivazioni, egli dell'opera dell'inglese non prese che lo spunto iniziale.
Russo nel senso pi squisito  il tipo di Raskolnikof, lo studente povero e intelligente, che sentendo di aver nel proprio spirito la forza di conquistare ostacolata dalla miseria, si crede in diritto di uccidere una bieca usuraia, e poi, non  capace di trarre le conseguenze dal proprio operato. Tutti sanno come a poco a poco si svolge il dramma, dramma esclusivamente di coscienza, ed al quale i fatti esterni non fanno che da cornice. Il tormento del rimorso, il vedersi diminuito di fronte a se stesso, l'orrore del mutamento creato dal delitto nelle sue relazioni con gli altri uomini, sono tante molle che spingono il Raskolnikof a confessare volontariamente il delitto, e a marciare lietamente verso la espiazione.
La potenza di analisi raggiunge in questo libro limiti mai toccati; Dostojevsky si immedesima, intuisce, con la felicit del genio, quale pu essere l'animo sconvolto del criminale raziocinante; e l'effetto non manca, anche nel pi smaliziato o nel pi ingenuo dei lettori.
Altro grande romanzo, vastissimo per numero di personaggi e per casi prospettati,  L'idiota, romantico, analitico, squisito e forte ad un tempo.  stato detto con ragione che questo romanzo  molto pi russo che non Delitto e castigo; certo, in esso  palese una certa influenza tolstoiana.
Abbiamo prima tralasciato di accennare all'Eterno marito, romanzo nel quale egli sembra voler riversare il proprio rammarico per il tradimento di Maria Dimitrievna; ma nel raffigurare il marito, con la felice discriminazione che gli  propria, delinea un uomo brutale e in tutto indegno di una moglie fedele...
Gli ossessi, malgrado ogni parere contrario, rimane uno straordinario romanzo. Esso fu accolto ostilmente, forse per la singolare figura del protagonista, Stavroghin, enigmatico e vago, rivoluzionario senza profonda convinzione, di non alta levatura morale per giunta. Politicamente, spiacque a tutti: alla sinistra, perch parve una satira della rivoluzione e dei suoi eroi; alla destra - ntisi che il romanzo fu appunto pubblicato da una rivista di destra - perch essa non poteva fidarsi di Dostojevsky come di un proprio sicuro appartenente; alla media borghesia, perch, come ben dice Rinaldo Kufferle nella nota alla sua traduzione - ed. Mondadori - essa "non poteva perdonargli l'atteggiamento negativo dinanzi al liberalismo culturale" e le caricature di letterati in voga.
Ma ora si riconosce agli Ossessi - o Demoni come  stato anche tradotto - un valore preminente nell'insieme dell'opera dostojevskyana. Agli ipercritici consigliamo di leggere le prime cinquanta pagine del romanzo - se pur riusciranno a fermarsi: avranno la sensazione che l'arte narrativa raggiunge in Ossessi il suo acme.
L'adolescente non ottenne grande successo, e forse non era all'altezza delle opere precedenti; ma con i Fratelli Karamazof, la sua opera capitale, ultima ed incompiuta - una titanica costruzione senza tetto,  stata definita - Dostojevsky tocca il sommo della sua arte di scrittore.
Dovevano essere cinque parti, e racchiudere tutta "la vita di un grande peccatore"; ma non ne pot scrivere che le prime tre, bastevoli tuttavia a darci un'idea del ciclopico sforzo compiuto dallo scrittore.
Dire dell'immane romanzo  cosa che fa tremare le vene e i polsi; riassumere,  come credere di raccogliere l'acqua del mare col cucchiaio; ci basti accennare a quelli che sono i personaggi principali del romanzo: il padre, il vecchio Karamazof, che  il tipico russo del vecchio tempo, pieno di pregiudiz e di salute, di istinti e di attivit. I suoi tre figli rappresentano il contrasto fra le varie tendenze della crisi dell'epoca: Ivan, ha la volont malata che lo porta ad un cerebralismo inconseguente; Dimitri, per le stesse ragioni cade nell'immoralit; il terzo, Alioscia, invece,  il russo sano, senza squilibri e senza impronte degenerative. La immoralit di Dimitri ha la sua terribile conseguenza in una accusa di parricidio, con una condanna e una speranza di salvezza (una "risurrezione", per dirla alla Tolstoi); mentre la complicit morale del fratello, Ivan, che si  servito di un terzo insignificante personaggio, per la esecuzione del delitto, non ha possibilit di redenzione. Egli non  colpito da pena ma non pu redimersi.
Il romanzo contiene elementi di una intensissima drammaticit, osservazioni profonde; vi sono in esso un'analisi spietata e pure squisitamente umana, e una straordinaria ricchezza di espressione; l'insieme, ci offre quanto di pi completo si possa immaginare per lo studio della Russia morale, sociale, intellettuale della fine del secolo scorso.
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Pragrafo 5.
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Ma il ciclopico lavoro - ci piace ripetere questa parola, l'unica che possa essere all'altezza del romanzo dostojevskyano - aveva stremato la fortissima fibra dello scrittore, gi per tante parti attaccata, e dal male e dai disagi. Nel gennaio del 1881, una emorragia polmonare lo abbatt mentre era circondato dalla moglie e dai figli - tre ne aveva avuti dalla seconda moglie.
Quando cap che le sue ore erano contate, narra Aime nei suoi Ricordi, "preg sua moglie di aprire a caso la vecchia Bibbia della prigionia - quella che non lo aveva mai lasciato, sia nella fortezza di Pietro e Paolo che in Siberia - e di leggere le prime righe che le cadessero sotto gli occhi.
"Mia madre, nascondendo le lacrime, lesse ad alta voce:
"- Ma Giovanni si rifiutava dicendo: Son io che ho bisogno di esser battezzato da te, e tu vieni a me! E Ges rispose: Non ti opporre...
"Avendo inteso queste parole, mio padre riflett un momento, e disse alla moglie:
"- Hai capito? non ti opporre: la mia ora  giunta; devo morire".
Si spense lentamente, perdendo via via coscienza, e senza dimostrare alcun timore dell'al di l: "sentiva di aver tratto partito da tutto il suo talento, e di essere sempre stato un buon servitore di Dio".
...La veglia funebre, la sepoltura, furono apoteosi. Gi la comunit del convento di Alessandro Nevsky volle che il grande scrittore riposasse nel convento stesso, gratis, e con la solennit che la fama del poeta richiedeva.
Una folla di ammiratori invase la casa: scrittori, ministri, duchi, mendicanti, generali, preti, dame, impiegati, studenti vollero salutare per l'ultima volta il grande. Gli ammiratori non permisero che la bara fosse portata su di un carro funebre; ma vollero essi stessi portarla a spalla, un po' per uno, fino al convento.
All'ingresso del convento, aspettavano i monaci: questo onore era reso soltanto agli Zar: e lo resero al modesto e grande scrittore, rispettoso della Chiesa ortodossa. Lo vegliarono gli studenti di Pietroburgo, perch quel giorno, tanta era stata la ressa, che non si era potuto procedere alla sepoltura; e nella notte i giovani leggevano per turno i Salmi, singhiozzando...
Era il 1881, e si era ancora al nichilismo... Nel 1921, il centenario di Dostojevsky non pot essere celebrato nella Russia sovietica!
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Fine.
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LA MOGLIE DI UN ALTRO.
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Capitolo 1.
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- Permettetemi, signore, di chiedervi...
Il passante trasal e, quantunque un po' spaventato, osserv con attenzione la persona, avvolta in suntuosa pelliccia, che gli rivolgeva la parola cos, a bruciapelo, verso le otto di sera, in mezzo alla strada.
Quel luogo e quell'ora, era risaputo!, davano a un qualunque pietroburghese accostato all'improvviso il diritto di spaventarsi.
Dunque, il passante trasal e si spavent.
- Perdonate se vi disturbo, - riprese il signore dalla lussuosa pelliccia - ma io... io... io non so... Certamente voi mi scuserete, perch vedete in quale stato sono!
Il passante, un giovanotto che indossava un semplice pastrano, osserv soltanto allora che il signore in pelliccia era evidentemente in preda ad un estremo turbamento.
Pallido, stravolto, con la voce tremante, non pareva in pieno possesso di tutte le sue facolt: gli mancava la parola, si capiva ch'egli doveva soffrire molto nell'esser costretto a rivolgere cos una preghiera ad un individuo che forse apparteneva ad una classe inferiore alla sua.
D'altra parte, i suoi modi erano quanto si possa immaginare di sconveniente per un uomo che indossa una pelliccia cos ricca e calda, un vestito cos di moda, di colore verde scuro, costellato di cos significative decorazioni.
Visibilmente impressionato da queste osservazioni e considerazioni, il signore che indossava la pelliccia si sforz di padroneggiarsi, di dominare la propria emozione e di dare uno svolgimento conveniente alla spiacevole scena da lui stesso provocata.
- Perdonatemi, - disse - non ho tutta la presenza di spirito necessaria, in questo momento, ma voi non mi conoscete... Sono veramente spiacente di avervi disturbato, ho mutato le mie intenzioni e...
Si tolse cortesemente il cappello e si allontan.
- Ma fate pure!
Lo sconosciuto si allontan nell'oscurit, lasciando meravigliatissimo il giovanotto che indossava un semplice pastrano.
"Che strano individuo!" pens quest'ultimo.
Poi, quando credette di essersi meravigliato a sufficienza, si ricord che aveva qualcosa da fare e si mise di nuovo a misurare in lungo e in largo il marciapiedi, sorvegliando attentamente la porta di una grande casa di parecchi piani.
Cominciava a cadere una fitta nebbia, e il giovanotto se ne rallegrava, perch, col favore della scarsa visibilit, avrebbe potuto passare inosservato - del resto, nessuno poteva notare la sua passeggiata monotona e ostinata, salvo un cocchiere, un indifferente cocchiere, che era rimasto l, per tutta la giornata, in srpa, il sedile anteriore scoperto della sua carrozza.
- Scusate...
Il giovanotto trasal nuovamente: aveva ancora di fronte il signore con pelliccia.
- Scusate la mia insistenza... capisco, di essere veramente troppo insistente... Voi siete probabilmente nobile, vero? Ma, ve ne prego, non giudicatemi con troppa severit, non applicate a me, in tutto il suo rigore, il codice degli usi mondani...
"Dunque, che cosa vi stavo dicendo? Ah ecco... Voi credete possibile che un uomo... che ha un'ardente preghiera da rivolgervi...
- Ma veramente... se posso... Che cosa desiderate da me?
- Forse voi pensate gi che io vi voglia chiedere del denaro... Vero? - fece l'uomo misterioso, impallidendo d'un tratto e torcendo le labbra ad un sorriso isterico.
- Ma via... che cosa state dicendo?
- No, no: capisco che vi importuno, che la mia presenza vi secca. Scusatemi, scusatemi: io stesso sono seccato di me. Voi vedete come sono agitato, quasi invasato, ma non dovete per questo concludere...
- Al fatto! Al fatto! - interruppe il giovanotto, impazientito, e tuttavia scrollando il capo, per indicare che era disposto ad ascoltare quel che lo strano interlocutore gli avrebbe detto.
- Bene, bene! Ecco che voi, un giovanotto, mi richiamate al fatto come se io fossi un ragazzino negligente. In verit, bisogna che io abbia perduto un po' la bussola... Che cosa ne dite? Sono abbastanza mortificato? Rispondetemi francamente.
Il giovanotto parve imbarazzato, e non rispose nulla.
L'uomo impellicciato infine prese una decisione e:
- Permettetemi - disse in tono risoluto - di domandarvi se non avete per caso veduto una certa signora. Questo  tutto il mio desiderio.
- Una signora?
- S, una certa signora.
- Se io l'ho vista... Ma ne passano tante!
- Avete ragione - esclam l'originale, con un amaro sorriso; - io divago! Andiamo, non  questo precisamente che io vi volevo domandare; volevo dirvi: Non avete osservato una certa signora, con un mantello ricoperto di volpe, un cappellino di velluto scuro e una veletta nera?
- No, non ho visto nessuna donna con un abbigliamento come quello che mi descrivete, o, se l'ho vista, non l'ho notata.
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Capitolo 2.
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Il giovanotto apriva la bocca per parlare ancora, ma il signore impellicciato era gi andato via, lasciando nuovamente interdetto il suo interlocutore.
"Che il diavolo lo porti!" pens il giovanotto col pastrano, evidentemente contrariato.
Rialz con un moto di stizza il collo di castoro del suo soprabito e si mise nuovamente a camminare in su e in gi, dinanzi alla porta della casa dai numerosi piani.
- Perch dunque non esce, benedetta donna? - brontol fra s e s; - sono ormai le otto!
Infatti, in quell'istante l'orologio della chiesa vicina suon le otto.
- Suvvia, che ogni cosa vada al diavolo, in fin dei conti! Ah!
- Scusate...
- Scusatemi voi, di avervi... Ma mi siete capitato cos improvvisamente fra le gambe, che mi avete quasi fatto paura.
- Scusate, debbo ancora chiedervi un favore. Certo, vi sembro, vi debbo sembrare molto noioso e stravagante.
- Lasciate da parte i complimenti... Spiegatevi in fretta, poich infine non so ancora che cosa volete.
- Avete molta fretta? State tranquillo, vi parler francamente e senza perifrasi. Ma che cosa ci posso fare? Le circostanze talvolta mettono di fronte le persone, senza alcun riguardo per le loro differenze di carattere... Voi siete impaziente, giovanotto... Ebbene, dunque... Del resto, debbo riconoscere che non so come spiegarmi... Ecco il fatto: Cerco una signora... sono deciso a dirvi ogni cosa. Bisogna che io sappia in modo assolutamente esatto dov' andata, questa signora. Ma non vi posso dire il nome di lei, giovanotto.
- Andiamo, via; e poi?
- E poi?! Diavolo, che tono assumete, nel parlare con me! Vi ho forse offeso, chiamandovi giovanotto? Scusatemi, non ne avevo l'intenzione...  una certa signora ammodo, di una ottima famiglia di mia conoscenza... Io sono stato incaricato... Ma state certo che io, io stesso, non ho famiglia, e che quindi...
- Ebbene, ebbene?
- Capite la situazione, giovanotto!... Ah, scusate, vi ho chiamato ancora in quel modo!... Ogni secondo  prezioso... Dunque, immaginate che questa signora... Ma non potreste dirmi chi abita in questa casa?
- Molta gente.
- Ah, s... Vale a dire... Voi avete perfettamente ragione - soggiunse l'uomo impellicciato, sorridendo con garbo. - So, so che io divago un po'; ma perch ve la prendete con me su questo tono?
"Vedete, ve lo confesso io stesso che salto di palo in frasca, e se  vero che voi avete della naturale fierezza,  altrettanto vero che la mia confusione  visibile... Dicevo dunque che si tratta di una signora dalla condotta irreprensibile, ma forse un po' sbadata...
"Bene, vedete che non riesco a spiegarmi meglio. Sembra che io mi diverta ad avvolgere la verit con frasi oscure, a far della letteratura... Ecco!
Il giovanotto guard con piet il signore impellicciato: certamente, era un pazzo.
Con un vago sorriso, senza aprir bocca, il pazzo prese con mano tremante il giovanotto per il bavero del pastrano.
Il giovanotto indietreggi.
- Voi mi chiedevate dunque chi abita qui? - fece, per stornare il discorso e far tornare l'altro a pi miti consigli.
- S, e mi avete risposto: molta gente.
- Ebbene, se volete saperne di pi, ecco. Vi abita una certa Sofia Ostafievna - rispose il giovanotto, a bassa voce e con una specie di compassione nel tono.
- Andiamo, andiamo! Voi sapete qualche cosa, giovanotto!
- Io!? Nulla, ve lo assicuro, nulla assolutamente. Ho soltanto giudicato dal vostro turbamento che...
- Ho saputo dalla cuoca che ella viene qui. Solo che voi non avete ancora capito di chi parlo: non si tratta di una signora che vada da Sofia Ostafievna: non la conosce neppure.
- No? Allora, se  cos, mi sono ingannato.
- Evidentemente, la cosa non vi interessa per nulla, giovanotto - riprese l'originale impellicciato, dando al tono della sua voce una straordinaria ironia.
- Ascoltate - disse il giovanotto, non senza un certo imbarazzo. - A dir il vero, io ignoro la vostra vera situazione, ma  probabile che voi siate... ingannato: confessatelo.
Il giovanotto sorrideva maliziosamente.
- Se non altro, cos ci potremo comprendere - aggiunse, e tutta la sua persona lasciava capire l'intenzione di scuotere leggermente la testa.
- Voi mi uccidete! Ma ve lo confesso francamente,  proprio cos... Ehm... e a chi non possono capitare queste cose? Del resto, sono profondamente commosso dalla vostra evidente simpatia, direi quasi solidariet maschile. Capirete che fra giovani... quantunque io non sia pi un giovanotto come voi... Ma converrete che l'abitudine, la vita di scapolo... Converrete che fra giovani son cose abbastanza frequenti...
- S, s, sono frequenti, non c' nulla di strano... Ma in che cosa vi posso esser utile?
- Ecco: confessate che la vostra Sofia Ostafievna... D'altra parte, non so ancora in modo preciso dove sia andata questa signora. So soltanto che  entrata in questa casa. Vedendovi camminare avanti e indietro qui, come io camminavo avanti e indietro dall'altra parte, ho pensato... So che  qui, vorrei vederla e spiegarle che la cosa  sconveniente... In una parola... Mi capite?...
- Uhm! E poi?
- Badate per che io non agisco per conto mio, non dovete neppur pensarlo.  la moglie di un altro. Il marito abita lontano, sul ponte di Vosnessenski, e vuol coglierla in flagrante, ma non riesce a decidervisi, perch crede ancora alla fedelt della moglie, come, del resto, tutti i mariti che non vogliono farsi del cattivo sangue...
Qui, il signore impellicciato si sforz di sorridere.
- Ma - continu - io sono il suo migliore amico. Io sono un uomo conosciuto, ho una posizione, e non posso essere, lo capite meglio di me, la persona per la quale mi prendete...
- Certo, certo... E con questo...?
- Dunque, io la sorveglio... Mi ha dato questo incarico... il povero marito... Ma la donna non  sciocca! Ha sempre un libro di intrighi sotto il guanciale... Si insinua dove vuole, senza che io la veda. So dalla cuoca che  venuta qui, e mi son precipitato sbito, perch voglio sorprenderla: la sospetto da molto tempo...
"Per conseguenza, vi prego, prego voi, che passeggiate in lungo e in largo qui, vi... Ma non so se...
- Per favore continuate... Che cosa volete dire? Che cosa volete da me?
- Ecco... Io non ho l'onore di conoscervi, e non oso, in queste condizioni, commettere l'indiscrezione di interrogarvi... Permettetemi dunque di fare la vostra conoscenza...  per me un fortunatissimo incontro... Fortunatissimo...
E tremando fortemente, il signore impellicciato tese con effusione la mano al giovanotto.
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Capitolo 3.
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- Avrei dovuto cominciare di qui, - aggiunse il signore impellicciato - ma avevo perduto il senso delle convenienze.
Non poteva star fermo un istante, voltava la testa da tutte le parti, con evidente inquietudine, ed ogni tanto afferrava il giovane per il bavero del pastrano, come chi  in procinto di annegare si afferra alle erbe acquatiche che costeggiano il fiume.
- Vedete, - continu - io mi rivolgo a voi come ad un amico... Scusatemi questa familiarit... Stavo per domandarvi di voler per favore passeggiare dall'altra parte, dalla parte del vicolo, sul quale d la seconda uscita della casa. In questo modo, siccome io passeggier davanti all'entrata principale, ella non ci potr sfuggire in nessun modo...
"Infatti, quel che temo di pi e ci che non voglio avvenga, a nessun costo,  che ci sfugga. Non appena la vedrete, la fermerete e mi chiamerete... Pazzo che io sono! Mi accorgo soltanto ora di tutta la sconvenienza della mia proposta!
- Ma no! Perch? Continuate, continuate!
- No, scusatemi, sono pazzo, ho perduto la testa! Non mi son trovato mai in questa situazione, cos agitato: non lo sarei altrettanto se fossi davanti ai giudici. Io stesso vi confesso, perch voglio essere franco con voi, caro giovinotto, vi confesso che per un istante vi avevo preso per l'amante.
- Questo  come dire che desiderereste sapere quel che faccio qui.
- Nobile giovane! Caro signore!... Adesso sono lontanissimo dal pensare che voi possiate esser l'amante; non vi far una tale ingiuria, ma... mi date la vostra parola d'onore che non siete l'amante?
- Ebbene, se proprio ci tenete, vi d la mia parola d'onore che sono l'amante... ma non di vostra moglie; poich, se fossi il suo amante, invece di essere in questo momento qui, in istrada, sarei con lei.
- Di mia moglie!? Chi vi ha detto, giovanotto, che sia mia moglie? Io sono scapolo! Sono io stesso l'amante... ma che cosa sto dicendo?
- Non avete detto che il marito abita sul ponte di Vosnessenski?
- Certo, certo!... Io divago... Ma vi sono altri legami, e convenite, giovanotto, che una certa leggerezza di carattere, vale a dire...
- S, s, ho capito.
- In altre parole, io non sono affatto il marito.
- La cosa  chiarissima; ma a volervi parlar francamente, vorrei diminuire a me stesso la pena che ho preso, di assicurarvi il vantaggio di tranquillizzarmi. Io dunque non vi nascondo nulla: voi mi imbarazzate. Io vi prometto di chiamarvi, ma ve ne prego, lasciatemi libero, allontanatevi da me; perch aspetto una signora, anch'io, avete inteso?
- Fate, fate pure. Io me ne vado, perch comprendo benissimo l'impazienza appassionata del vostro cuore! Ah, ah! Io conosco queste situazioni, giovanotto, e vi comprendo, vi comprendo a meraviglia!
- Grazie...
- Arrivederci! Ah, perdonatemi, giovanotto, ancora una parola... Dopo, me ne vado... Non so come voi... Datemi la vostra parola d'onore che non siete l'amante...
- Ah, mio Dio!
- Una domanda, per finire... Sapete il nome del marito della vostra... vale a dire di quella che costituisce, infine, l'"oggetto" della vostra attenzione?
- Senza dubbio, lo so. E vi assicuro che non  il vostro nome, ecco tutto!
- E come mai potete dir questo; sapreste forse il mio nome, giovanotto?
- Sentite, andatevene! Voi perdete il vostro tempo, e la donna che cercate ha potuto sfuggirvi mille volte... Che cosa volete di pi? La vostra dama porta una pelliccia di volpe ed un cappellino? Ebbene, la mia indossa un manto a quadrettoni ed un cappello turchino di velluto. Volete ancora qualche altro dettaglio? O vi bastano questi? Che cosa potete pretendere di pi, ditemelo!
- Un cappello turchino di velluto!?... Ma anche la donna che io cerco ha un mantello a quadrettoni e un cappello turchino! - esclam il signore impellicciato, con ostinazione, e parve da quel momento ch'egli avesse preso la decisione di non allontanarsi pi.
- Diamine! Questa  una banalissima coincidenza... E d'altronde, la persona che io aspetto non  ancora in casa.
- E dov' dunque?
- Volete saperlo voi? E che cosa vi pu importare, sapere dov'?
- Ve lo confesso,  sempre per lo stesso motivo...
- Oh, Dio buono! Ma non vi vergognate? Ebbene, per farvi tranquillo, vi dir che la mia ha delle conoscenze qui, al terzo piano, verso strada. Debbo chiamar qualcuno?
- Signore, che cosa dite mai! Ma anch'io ho delle conoscenze in questa casa, al terzo piano, verso strada. Il generale...
- Il generale?!
- S, il generale. Vi dir anche come si chiama: il generale Polovitcin.
- (Bella questa! Che faccenda complicata!) No, non  quello cui accennavo. (Che il diavolo porti questo seccatore!).
- Non  lui?
- No.
Entrambi tacquero e si guardarono stupefatti, immobili.
Ma ben presto il signore impellicciato ricominci ad agitarsi.
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Capitolo 4.
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- Io, io vi confesso...
- No, adesso permettete: voi state per parlare molto chiaramente: la faccenda interessa entrambi. Spiegatemi dunque quali persone abitano qui, di vostra conoscenza.
- Vale a dire quali conoscenze?
- S, quali conoscenze.
- Ebbene, capirete, capirete... Leggo nei vostri occhi che avete indovinato.
- Diamine. Io invece vi assicuro che non ho indovinato nulla. Siete dunque cieco? Non vedete che io sono davanti a voi, e che per conseguenza non posso essere con lei?
"D'altronde, per me  la stessa cosa; parlate, tacete, fate quel che vi parr pi conveniente.
E il giovanotto, furioso, gir sui tacchi, facendo un gesto di indifferenza.
- Ascoltate, vi racconter tutto. Osservate prima di tutto che la giovane signora veniva qui da sola: sola solissima:  parente dei Polovitcin. Quanto a me, non avevo alcun sospetto, n avevo motivo di averne.
"Ma ieri, incontro il generale, e vengo a sapere che da tre settimane, dico da tre settimane, ha cambiato casa... Voi capite...
"Orbene, mia moglie... vale a dire non la mia, ma quella di un altro, quello del ponte di Vosnessenski, la signora dunque pretendeva di essere andata a far visita al generale fino ad avantieri, in questa stessa casa, ed io so dalla cuoca che l'appartamento di Sua Eccellenza  stato affittato ad un giovanotto chiamato Bobinitcin.
- Diamine, diamine!
- Signore, io sono semplicemente terrificato da questa notizia, capite: sono tutto paura!
- E a me che cosa importa che voi siate tutto paura?! Ah, vedo qualcuno laggi...
- Dove, dove? Chiamate semplicemente Ivan Andreic, e io accorro.
- Bene, bene! (Che il diavolo lo porti!) Ivan Andreic!
- Presente! - esclam Ivan Andreic, addirittura soffocato dall'emozione; - ebbene, che cosa c'? Che? Dove?
- No, non c' nulla. Volevo soltanto sapere come si chiama quella signora.
- Glaf...
- Glafira?
- No, assolutamente no. Scusatemi, ma io non posso dirvi il suo nome, capirete anche voi...
E dicendo queste parole, l'onest'uomo divent pallido come un cencio lavato.
- Benissimo; sono certo che non  Glafira. D'altra parte, quella che io stesso aspetto non ha questo nome... Ma alla fin fine, con chi  questa donna di cui parlate?
- Dove?
- Lass. (Che il diavolo lo porti!).
Il giovanotto era fuori di s e si agitava in maniera inquietante.
- E come potete dir di sapere che si chiama Glafira?
- Ma che il diavolo vi porti, signore! Mi avete detto or ora che ella non si chiama cos!
- Signore, questo tono, con me!
- Andiamo, il tono non ha nulla a che vedere con le nostre faccende.  vostra moglie, s o no?
- No... vale a dire... io non sono sposato... Ma, signore, io vi posso dire che non augurerei ad alcun onest'uomo, e neppure ad un uomo autorevole, ma neanche solo ad una persona semplicemente educata, di invocare il diavolo ogni due parole, come fate voi. Non ristate un istante dal dire: Che il diavolo lo porti! Che il diavolo lo porti!
- Eh, s, che il diavolo si porti via tutti!
- Voi siete in questo momento acciecato dalla collera, ed io non trovo di meglio che tacere... Dio mio, che accade?
- Dove?
...
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...
Capitolo 5.
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...
Uno scoppio di risa si fece udire.
Due vezzose fanciulle varcarono la soglia dell'entrata. I due uomini si precipitarono verso di loro.
- Ebbene, che cos'avete?
- E voi, che cosa volete?
- Non  lei.
- Chi? Voi ci prendete per altre donne! Cocchiere!
- Dove debbo condurvi, signorine? - chiese il cocchiere, volgendosi con rude galanteria.
- A Pokrov - rispose una delle due. - Sali, Annuska, io ti accompagno.
- Lasciami salire dall'altra parte - preg l'altra. - Eccomi a posto. In cammino, e svelto!
Il cocchiere frust il cavallo, e la troika part.
- Da dove sono uscite?
- Dio mio! Dio mio! Se ci andassimo anche noi, che ne direste?
- Dove?
- Eh, diamine: dai Bobinitcin!
-  impossibile.
- Perch mai?
- Vi andrei volontieri, ma ella trover qualche invenzione per trarsi d'impaccio, la conosco. Dir che  venuta apposta per trarmi in errore, e finir con l'aver torto io, per cambiare.
- E pensare che forse  lass! Ma perch mai non andreste addirittura dal generale?
- Perch ha cambiato casa, ve l'ho detto!
- Non importa! Non vi ha sempre detto, ella, che andava da lui? Ebbene, andateci anche voi! Mi capite? Fingete di ignorare che il generale ha sloggiato! Voi venite per riaccompagnare poi a casa vostra moglie, ecco tutto:  un caso spiegabilissimo, da parte di un marito... E dopo...
- E dopo?
- Ebbene, dopo, sorprendetela con Bobinitcin! Che diamine! Come siete stupito...
- E perch desiderate tanto che io la sorprenda? Ah, capite, capite anche voi...!
- Che, che! Eccovi tornato come poco fa, mio povero babbuccio! Ma voi vi coprite di vergogna, uomo ridicolo, uomo senza spirito che non siete altro!
- Ancora una volta, perch dunque vi interessate tanto a tutto ci? Che cosa desiderate sapere, infine?
- Che il diavolo vi porti! Non  di voi che mi interesso, si capisce! D'altra parte, preferisco andarci da solo. Andatevene dunque, lasciatemi solo!
- Signore, voi state farneticando, e agite in modo che...
- E con questo? E quando anche io perdessi il controllo dei miei nervi? - ribatt il giovanotto, a denti stretti, avvicinandosi minacciosamente al signore impellicciato. - E davanti a chi perderei la bussola? - concluse chiudendo i pugni...
- Ma signore, permettete che...
- No, no: prima voglio sapere chi siete! Davanti a chi perderei la bussola? Dite come vi chiamate!
- Non so davvero, giovanotto, perch voi vogliate sapere come mi chiamo, non posso d'altronde dirvelo... Preferisco venire con voi. Salite; io vi seguo, e sono pronto a tutto. Ma credetemi, io merito che mi si parli con termini pi scelti. Non bisogna mai perdere la testa, e se voi siete turbato, e io intuisco il perch, bisogna che conserviate ugualmente il senso delle convenienze... Voi siete ancora molto giovane, troppo giovane...
- E voi siete vecchissimo, troppo vecchio: ma questo, che cosa m'importa? Ne ho visto ben altre, nella mia breve vita! Andatevene dunque! Che cosa fate ancora, qui? Suvvia! Di corsa!
- Vecchissimo? Perch vecchissimo? Che et credete dunque che io abbia? Certo, non ho pi l'et per far la parte che sto facendo; ma quanto ad esser disposto a correre...
- Si vede. Andatevene, vi dico!
- No, io resto con voi, e voi sapete benissimo di non potermelo impedire!
- Allora non gridate, non fate rumore...
...
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Capitolo 6.
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Entrambi si insinuarono nella scala, fino al terzo piano.
Era buio pesto.
- Alt! Avete indosso dei fiammiferi?
- Dei fiammiferi? Quali fiammiferi?
- Fumate?
- Ah, s! Ne ho; eccoli, eccoli. Aspettate un istante, che non sono nel solito taschino.
Il signore con pelliccia frugava di tasca in tasca.
- Che sciocco che sono!... Credo davvero che quella sia la porta...
- S, s:  quella,  quella,  quella!
-  quella!  quella! Perch gridate a questo modo? Non potreste parlare pi sottovoce?
- Signore, ho il cuore stretto dall'angoscia! Voi siete un uomo senza cuore, ecco tutto!
Il fiammifero fiammeggi.
-  proprio quella. Ecco la targa di rame, col nome: Bobinitcin. Vedete? Bob...
- S, s: vedo: silenzio... Che!? Si  spento il fiammifero!
- Pare.
- Bisogna bussare.
- Infatti, bisogna bussare.
- Bussate dunque.
- Perch debbo bussare proprio io? Bussate voi, se volete!
- Vile!
- Vile voi, non io!
- Andiamo, lasciatemi solo, sgombrate il campo!
- Ho quasi quasi il rimorso di avervi confidato il mio segreto, a voi che...
- A me che... Continuate!
- A voi, che avete abusato del mio turbamento... a voi...
- Lasciatemi in pace, via, ridicolo vecchio!
- Ma perch dunque siete qui, voi?
- E voi?
- Che bel modo di fare! - osserv indignato il signore impellicciato. - Questo  un modo di comportarsi veramente garbato! morale!
- Ma che cosa mi venite cianciando di moralit! E voi, dunque, come agite?
-  delittuoso, ecco!
- Che cosa avete detto?!
- Tutti i mariti oltraggiati, a sentir voi, sono dei berrettoni, vero?
- Sareste dunque il marito? Credevo che egli fosse sul ponte di Vosnessenski! Che cosa fate dunque qui, voi?
- Ascoltatemi bene, signore: se continuate, sar costretto a dirvi che siete un parruccone!
- Vale a dire il marito, vero? - replic il signore con pelliccia, rabbrividendo come se gli avessero versato addosso un secchio d'acqua gelata.
- Zitto! Ascoltate... Avete udito?
-  forse lei?
- No.
- Ah, che buio maledetto!
Tacquero entrambi: si udiva del rumore, chiaramente, nell'appartamento dei Bobinitcin.
- Perch dunque questionare? - rispose l'uomo impellicciato.
- Perch m'insultate?
- Perch mi esasperate?
- Silenzio!
- Convenite almeno che siete ancora un giovanotto, un uomo giovanissimo, troppo giovane...
- Tacete una buona volta!
- Per me, convengo volentieri che un marito in questa situazione  un parruccone...
- Volete tacere? Oh!
- Ma, in fondo, perch questo accanimento contro i disgraziati mariti?
- Eccola...
In quel momento il rumore cess.
-  lei?
- S,  lei,  lei. Ma voi, perch vi dimenate tanto? Tutto ci non vi riguarda!
- Signore, signore... Certamente io sono turbato, fuori di me, e voi avete visto abbastanza la mia umiliazione... D'altra parte,  notte, ma domani... Eh, non ci rivedremo pi, probabilmente... quantunque io sia ben lontano dal temere un nuovo incontro con voi... Ma questo mio amico mi aspetta sul ponte di Vosnessenski. Parola d'onore, tutto ci che faccio, lo faccio per lui. Ahim,  sua moglie, poich non  la mia, ma  la moglie d'un altro. Povero ragazzo! Lo conosco da molto tempo, e so com' il suo carattere. Volete che vi racconti la faccenda?
"Sono suo amico, come vi ho detto, e come risulta evidentemente da quel che faccio per lui... Altrimenti, come potrei prendermela tanto? E quante volte gli ho detto in passato:
"- Perch vuoi sposarti, amico caro? Tu sei intelligente, colto, hai un patrimonio, sei stimato; e vuoi mutar tuttoci, tutti questi beni positivi, coi capricci di una civetta qualunque?
"Non avevo ragione, che ne dite?
"- No - mi rispondeva lui, ostinato; - mi voglio ammogliare: sai, la felicit della famiglia...
"Ah, ecco, ci siamo con la felicit della famiglia! Una volta, egli era disposto ad ingannare i mariti delle donne altrui, e ora beve la feccia del calice da lui stesso vuotato... Scusatemi, questa spiegazione era necessaria... Povero ragazzo, ecco, lo si pu proprio dire, egli beve la feccia del calice.
Qui il signore in pelliccia si mise a piagnucolare e fu anche l l per iscoppiare in singhiozzi.
- Al diavolo! Che massa di sciocchi!... Ma voi, voi, chi siete, me lo dite una buona volta? - esclam il giovanotto, digrignando i denti.
- Che? Convenitene voi stesso: sono stato con voi nobile e sincero, e questo tono...
- Ascoltatemi, ditemi prima di tutto come vi chiamate...
- Perch mai?
- Oh!...
- Non vi posso dire il mio nome, ecco.
- Conoscete Sciabrin? - domand vivamente il giovanotto, puntando verso l'altro l'indice teso.
- Sciabrin!?
- S, Sciabrin!
Il signore in pastrano esaminava con curiosit il signore impellicciato.
- Mi avete inteso?
- S, ma permettete, quale Sciabrin? Non si tratta di lui: Sciabrin  un uomo onoratissimo... Le torture della gelosia scusano appena appena la vostra sconvenienza.
- Sciabrin?  un farabutto, un'anima persa, uno scroccone! Ha derubato le casse dello Stato, e presto sar sottoposto a inchiesta...
- Scusate! Lo conoscete? Ne dbito molto.
- Infatti, avete ragione, il suo aspetto fisico mi  ignoto; ma persone che lo avvicinano, che gli sono quasi intime, mi hanno informato sul suo conto.
- Quali persone?...
-  uno sciocco geloso che non sa sorvegliare sua moglie. Ecco tutto! Siete contento, adesso?
- Voi vi ingannate crudelmente, giovanotto.
- Eh?
Di nuovo, si ud nell'appartamento del rumore, una porta si apr, si ud un bisbiglio...
- Non  lei, non  lei: avrei riconosciuto la sua voce; ho capito tutto - disse il signore con pelliccia, pallido come un morto.
- Silenzio!
Il giovanotto ader al muro.
- Signore, io me ne vado, non  lei, e sono perfettamente soddisfatto.
- Bene, bene, andatevene allora.
- Ma perch voi rimanete?
- Andiamo! Siete ancora l?
La porta si apr, e il signore in pelliccia si affrett a scendere.
...
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Capitolo 7.
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Un uomo e una donna passarono dinanzi al giovanotto, e il suo cuore cess di battere: una voce di donna, una ben nota voce di donna, mormor alcune parole: una voce d'uomo, grave e sgarbata, le rispose
- Ora mando qualcuno a cercare una slitta - diceva la voce grossolana.
- S, s: manda qualcuno: con questo tempo...
- Sar qui tra mezzo minuto.
La signora rimase la sul pianerottolo.
- Glafira! Son questi, dunque, i tuoi giuramenti? - esclam il giovane, uscendo dall'ombra e afferrando la donna per un braccio.
- Oh!... Chi siete? Tu, Tvorogov! Dio mio! Che cosa fai qui?
- Con chi sei qui?
- Ma si capisce, con mio marito! Vattene, vattene subito! Ora esce dalla casa dei Polovitcin. Vattene, in nome di Dio, vattene!
- Polivitcin ha cambiato casa da tre settimane, lo so...
- Oh!
La donna si precipit verso la scala, ma il giovane la raggiunse con un balzo.
- Chi te l'ha detto?
- Tuo marito, bella mia, tuo marito; Ivan Andreic...  qui, davanti a te, mia cara...
Ivan Andreic era effettivamente sul pianerottolo.
- Dio mio, sei davvero tu? - esclam poi il signore in pelliccia.
- Ah, sei tu? - esclam Glafira Petrovna, con gioia non dissimulata, correndo verso di lui. - Dio mio, quale avventura! Andavo dai Polovitcin... Sai, abitano ora nel porto di Ismailovski, te l'ho detto, te ne ricordi certamente...
"Avevo preso una slitta, ma i cavalli hanno preso la mano, hanno rotto le briglie, e sono caduta a cento passi di qui... Ero svenuta... Per fortuna, il signor Tvorogov...
- Come?
Il signor Tvorogov somigliava pi ad una statua di sale che ad un qualsivoglia signor Tvorogov.
- ...Per fortuna, il signor Tvorogov mi ha scorta e si  offerto di accompagnarmi. Ma ora eccoti, e non ho che da ringraziarti, Ivan Andreic.
E la signora porse la mano al medusato Ivan Andreic.
- Ivan, ti presento il mio amico, il signor Tvorogov. Ebbi il piacere di conoscerlo al ballo degli Skorlupov: credo anche di avertene parto... Tu ne te rappelles pas, Coco? (Non ti ricordi, Cocco?).
- Certo, certo, s, s, mi ricordo... - rispose il Cocco; - sono veramente felice, veramente felice di...
E strinse con effusione la mano tesagli dal signor Tvorogov.
- Chi c'?... Che cosa vuol dir ci?... Vi aspetto... - fece la voce grossolana...
Un uomo di statura smisurata avanz verso il gruppo, trasse l'occhialino ed esamin curiosamente il signore impellicciato.
- Oh, signor Bobinitcin! - esclam la signora. - Da dove venite mai? Che fortunato incontro! Pensate, i cavalli mi hanno fatto uno scherzo di cattivo genere, e sono ruzzolata fuori della slitta... Mio marito; Ivan, il signor Bobinitcin... Al ballo dei Karpov...
- Oh, fortunatissimo, fortunatissimo veramente... Ma ora vado in fretta a prendervi una carrozza, amica mia...
- S, sono ancora tanto spaventata... non mi sento tanto bene...  la fiera delle maschere... - aggiunse sottovoce a Tvorogov. - Arrivederci, signor Bobinitcin, arrivederci. Ci incontreremo domani, al ballo dei Karpov...
- No, non potr forse trovarmici... Dal momento che...
Il signor Bobinitcin borbott fra i denti alcune parole, batt i piedi, sal sulla sua slitta e part.
La signora ferm una carrozza e vi prese posto.
Il signore con pelliccia sembrava non aver la forza di fare un solo movimento. Egli guardava con aria stupita il signore in pastrano, che sorrideva in modo significativo.
- Non so...
- Scusate... Sono felice di aver fatto la vostra conoscenza... - disse il giovanotto, salutando.
- Anch'io, felice, felice...
- Mi sembra che abbiate perduto una soprascarpa...
- Io!? Ah, grazie. Da domani, ne comprer un paio di gomma...
- La gomma tiene troppo caldo il piede - ribatt il giovane, che pareva interessarsi enormemente alla questione.
- Ivan, vieni?
- Subito, subito, angelo mio... Dunque, dite bene voi... Che conversazione interessante...! Del resto, scusatemi...
- Fate pure!
- Fortunatissimo di avervi incontrato, felice di avervi conosciuto...
Il signore in pelliccia sal accanto alla signora. Il giovanotto li segu a lungo con lo sguardo.
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Capitolo 8.
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L'indomani sera, vi era spettacolo all'Opera italiana.
Ivan Andreic si precipit nella sala come una bomba. Mai si era saputo che egli avesse quel furore per la musica.
Invece, si sapeva che egli amava molto fare un sonnellino di un'ora o due all'Opera. Egli pretendeva anche che fosse dolcissimo russare mentre "la prima donna miagola, come un piccola gatta bianca, la sua barcarola".
Ma quest'opinione  ormai vecchia:  della stagione trascorsa. Ahim! Ora, Ivan Andreic non dorme pi, neppur la notte, neppure nel proprio letto...
Egli si era dunque precipitato come una bomba nella sala zeppa di scelto pubblico.
La guardarobiera osserv con diffidenza, e sbirci dalla parte della tasca esterna di quell'uomo impetuoso, aspettandosi da un momento all'altro di veder emergere il manico di un pugnale.
Ricordiamo a questo proposito che a quei tempi l'Opera era divisa in due partiti, ciascuno dei quali sosteneva una prima donna diversa. Erano gli zisti e gli zusti. I due partiti amavano cos violentemente la musica, che le sorveglianti cominciavano a impensierirsi di una passione cos impetuosa.
Nessuna meraviglia dunque se la guardarobiera, vedendo lo slancio giovanile di un uomo dai capelli radi e candidi, molto prossimo comunque alla cinquantina e che apparteneva sicuramente al mondo elegante, ricord involontariamente, ammesso che li sapesse, i versi di Shakespeare nell'Amleto:
Se la vecchiezza ha cadute cos spaventose,
che cosa far mai la giovent?
Orbene, entrando nella sala, Ivan Andreic gett una rapida occhiata circolare su tutti i palchi della seconda fila...
Oh sorpresa! Il suo cuore cess di battere. C'era lei!
Nello stesso palco, si poteva vedere il generale Polovitcin, sua moglie, un suo parente e anche l'aiutante di campo del generale, un giovanotto esile.
C'era anche un tizio vestito in borghese... Ivan Andreic concentr su questo sconosciuto tutta la sua attenzione, tutta l'acutezza del suo sguardo; ma d'un tratto il borghese pass dietro l'aiutante di campo e rimase cos nell'ombra.
"C' lei, e aveva detto che non sarebbe venuta!".
Era questo sdoppiamento di Glafira, ripetuto a ciascuno dei suoi passi, che uccideva Ivan Andreic.
Oh, il giovinotto in borghese aveva piombato il vecchio marito in una infinita disperazione! Egli si lasci cadere in una poltrona...
Tuttavia, che cosa c' di straordinario?
Bisogna osservare che la poltrona di Ivan Andreic era molto vicina ai palchi e proprio sotto a quella traditrice seconda fila; cosicch, per vedere pressoch nulla di quel che accadeva al di sopra della sua testa, gli toccava far le contorsioni pi sgradevoli; ed egli si irritava e si riscaldava come un samovar.
Tutto il primo atto si svolse senza ch'egli se ne accorgesse: non ne afferr una nota, una che  una.
Si dice che la musica ha questo di buono: che si pu accordare con tutte le impressioni musicali i sentimenti che si provano: gioiosi, vi si trova l'allegria; tristi, la tristezza.
Ma nelle orecchie di Ivan Andreic brontolava un uragano. Per completare il suo dispetto, davanti a lui, ai suoi fianchi, dappertutto, si parlava, si rideva: ne aveva il cuore lacerato.
E anche il primo atto termin, se Dio volle. Ma, nel momento in cui si abbass il sipario, capit al nostro eroe un'avventura, un'avventura vi dico... Ah, quale avventura!
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Capitolo 9.
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Qualche volta avviene che da una galleria superiore cada un programma.
Se appena appena l'azione che si svolge sulla scena manca di interesse, magari solo per il momento, e se gli spettatori insomma sono in qualche modo disposti a sbadigliare, questo piccolo incidente, minimo, della caduta di un programma, costituisce un avvenimento.
Col massimo interessamento, ciascuno dei presenti segue il volo del foglio di carta che, a zig-zag, deve necessariamente cadere fra le poltrone, su di una testa che non se l'aspetta: e che soddisfazione puntare il cannocchiale, mille cannocchiali, su quella testa confusa!
Ho sempre avuto un po' di timore relativamente a quei binoccoli da signora, che le signore appunto posano negligentemente sulle sporgenze dei palchi: basterebbe un minimo colpo di gomito per farli precipitare su di una testa innocente.
Ma qui faccio fuori di proposito questa osservazione tragica.
Quanto all'avventura di Ivan Andreic, si trattava di una cosa mai vista davvero. Egli ricevette sulla testa, non un programma, bens...
Vi confesso che sono imbarazzato nel dire che cosa egli ricevette sulla testa... Infatti, che cosa vi pu essere di pi imbarazzante che dover dichiarare: sulla testa onorata e calva, quasi liscia come quella di un pomo di bastone da passeggio, sulla testa dico, del geloso Ivan Andreic, cadde quest'oggetto infame, immondo e ineffabile: un biglietto d'amore, un profumato biglietto d'amore!
Il povero uomo trasal come se avesse ricevuto sulla testa un topo, o addirittura un animale feroce.
E che quello fosse un biglietto amoroso, non era possibile dubitare.
Prima di tutto, era profumato, e ognuno sa che in tutti i romanzi ammodo, i biglietti d'amore sono profumati; inoltre, era piegato e ripiegato in modo da diventare piccolissimo; e cos traditore, cos civettuolo, che sarebbe stato possibile nasconderlo in un guanto da donna.
Aveva dovuto cadere per caso; probabilmente dunque non era destinato a Ivan Andreic. Le cose con ogni verosimiglianza si erano susseguite in questo modo:
Si era chiesto un momento per favore il programma, per ricevere nello stesso tempo il biglietto, e qualche scossa inattesa dell'aiutante di campo, che poi non aveva mancato di scusarsi sottilissimamente della sua involontaria spinta, aveva fatto sfuggire il biglietto dalla manina tremante; e voi potete immaginare come fu meravigliata la mano tesa dell'uomo in borghese, quando ricevette il programma, solo solo, senza alcun accompagnamento!
Disgraziato e troppo vero avvenimento! Ma per chi era pi disgraziato che per Ivan Andreic?
- O Destino! - mormor, sentendosi bagnato di un diaccio sudore, e tenendo il bigliettino con ambo le mani - oh, Destino! Il proiettile cerca il colpevole... No, non  questo il proverbio adatto: io non sono colpevole in nulla:  piuttosto questo: Sul povero Makar cadono tutti i proiettili della fortuna!
Quante cose possono passare per una testa stordita da un avvenimento cos imprevisto! Persuaso che tutti ridessero di lui - s'ingannava, tutti stavano in quel momento evocando al proscenio la prima donna - egli non osava alzare gli occhi, come se, in una accolta di bel mondo, raffinata e numerosa, egli si fosse lasciato sfuggire qualche... stonatura.
Infine, si decise a guardarsi attorno.
- Com' bello! - gli fece osservare un bellimbusto, seduto alla sua sinistra.
Il bellimbusto era al colmo dell'entusiasmo e batteva nello stesso tempo le mani e i piedi. Vedendo che Ivan Andreic non rispondeva alla sua manifestazione di intenditore, gli dette un'occhiata distratta e tosto, facendo con le mani e le labbra una specie di tromba o imbuto che dir si voglia, chiam ancora la prima donna al proscenio.
Ivan Andreic pens in quel momento di non aver mai sentito una cos bella voce e, tutto allegro, disse a se stesso:
"Non si  accorto di nulla!".
Si volse: proprio in quell'istante, un uomo grande e grosso, che si trovava dietro di lui, gli volt la schiena e si mise a guardare col binoccolo nella sala.
"Anche questo, non ha visto nulla: andiamo bene!" pens ancora Ivan Andreic.
Davanti a lui, evidentemente, non avevan visto nulla.
Timidamente, ma non senza qualche speranza, volse lo sguardo verso il palchetto prossimo alla sua poltrona, e trasal: vi era in quel palchetto una signora che rideva come una pazza, coprendosi la bocca col fazzoletto e rovesciandosi sulla sedia.
- Ah, le donne! - mormor Ivan Andreic, alzandosi per uscire.
Prego ora il lettore di essere buon giudice fra Ivan Andreic e me.
Vediamo un po': un grande teatro, come ognun sa, racchiude un anfiteatro e quattro file di palchi. Perch dunque Ivan Andreic credeva senza possibilit di esitazione che il bigliettino profumato fosse caduto proprio dal palco - voi sapete di quale palco io intendo parlare - e non da qualche altro palco di terza fila, per esempio, dove pure eran delle donne?
Ma la risposta  semplice: la passione  esclusiva, e la gelosia  la pi tirannica ed esclusiva delle passioni, secondo quel che io credo!
Ivan Andreic corse nel ridotto, si mise vicino ad una lampada, apr il bigliettino profumato e lesse:
"Oggi stesso, subito dopo lo spettacolo, in via G..., all'angolo con la via L...ski, casa K, 3 piano della scala a destra. Entra dalla parte dalla scala principale. Sii puntuale senza fallo, in nome di Dio".
Ivan Andreic non riconobbe la scrittura, ma ci non scosse la sua convinzione: dal momento che in quel biglietto veniva fissato un convegno...!
"Sorprendere, tagliare il male alle radici! O piuttosto smascherare subito, smascherare subito la traditrice!".
Ecco che cosa pensava Ivan Andreic, ecco il chiodo fisso che gli martellava nel cervello.
Ma come fare?
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Capitolo 10.
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Ivan Andreic sal fino alla seconda galleria e ne ridiscese subito prudentemente.
Non sapeva che fare, ora che era possessore di tanto segreto. Corse dall'altra parte e, dalla porticina aperta di un palco, esamin attentamente i palchi di fronte.
" proprio cos" mugol.
Nel senso verticale delle cinque file di palchi, vi eran delle signore e dei giovani, in tutti i palchi: il biglietto poteva essere dunque indifferentemente caduto da una qualunque di quelle cinque file.
Ma questo fatto non persuase Ivan Andreic, anzi egli ebbe l'idea che tutti i palchi fossero legati da un'immensa congiura ai suoi danni. Nessuna evidenza avrebbe potuto disingannarlo, ormai.
Corse per tutto il secondo atto attraverso i corridoi, senza potersi calmare. Gli inservienti del teatro, che lo vedevano, cominciavano a pensare che egli fosse impazzito.
D'un tratto, gli venne un'idea, che gli parve originale: andare alla cassa del teatro, nella speranza di venire a conoscenza dei nomi delle persone che avevan preso posto nelle file dei palchi: ma per sua disgrazia la cassa era ormai chiusa.
Finalmente, la rappresentazione termin in un uragano: gli animi si erano inveleniti, e le voci dei capi dei due partiti dominavano su tutte le altre.
Ma Ivan Andreic non aveva alcun interesse per la grande disputa che divideva in quel momento gli animi di quasi tutti gli spettatori. Egli si fece dare dalla guardarobiera il suo pastrano e corse in via G..., con l'idea fissa di "sorprenderla in flagrante delitto", e di agire pi energicamente che il giorno prima.
Non dur fatica a trovare la casa e gi ne saliva la scalinata, quando d'un tratto gli pass davanti un bellimbusto in soprabito, che sal frettolosamente al terzo piano.
Il cuore di Ivan Andreic si strinse. Il bellimbusto aveva su di lui il vantaggio di due piani. Infatti, al terzo piano una porta si apr, senza che il campanello avesse trillato, come se la persona giunta fosse aspettata.
Ivan Andreic raggiunse il terzo piano nel momento stesso in cui il giovanotto entrava nell'appartamento.
Ivan Andreic avrebbe voluto fare una piccola fermatina davanti alla porta - che non era stata chiusa - riflettere ragionevolmente sul contegno che avrebbe dovuto tenere, prendersi insomma il tempo di aver un po' di paura, e finalmente tenersi alla decisione irrevocabile che la sua mente gli avrebbe suggerito.
Ma proprio in quel momento sent una carrozza fermarsi davanti alla scalinata della casa, la porta principale aprirsi con fracasso, poi un passo pesante, accompagnato da una tossettina insistente, risuonare lungo la scala.
Ivan Andreic spinse vivamente la porta E si precipit nell'appartamento, con tutta la grottesca solennit del marito oltraggiato. Una domestica gli si par davanti, poi un servo.
Ma era impossibile arrestare in quel momento Ivan Andreic. Egli attravers due stanze oscure e apparve come un'apparizione nella camera da letto di una giovane e bella signora che lo osserv con terrore.
I passi pesanti di poco prima si fecero udire nella camera accanto.
- Dio,  mio marito! - esclam la donna, giungendo le mani, pi pallida della sua bianca vestaglia da notte.
Ivan Andreic cominciava a capire che non aveva avuto abbastanza paura lungo la scala e che aveva preso un solenne granchio.
Ma come indietreggiare? La porta si apr e il pesante marito - pesante a giudicare dal passo - stava per entrare...
Non so perch Ivan Andreic non gli and direttamente incontro: dichiarare che si era ingannato, scusarsi e sparire, certamente senza gloria, ma anche senza vergogna: ecco quale doveva essere la sua condotta.
Ma no. Egli ag come avrebbe agito un Don Giovanni della tradizione. Prima di tutto si nascose dietro una tenda, poi si lasci scivolare sotto il letto, e marito oltraggiato lui stesso, non os affrontare un incontro con un altro marito, temendo forse di oltraggiarlo con la sua presenza.
Ed ecco che Ivan Andreic era sotto il letto, senza potersi spiegare come vi era giunto.
Ma quel che vi  di pi straordinario,  che la donna non fece alcuna opposizione a tutto quel po' po' di maneggio. Ella senza alcun dubbio aveva perduto la parola, poich non aveva gettato un grido, vedendo quell'uomo, che certo non era un bambino, cercare un rifugio nell'intimit della sua camera da letto.
Il marito entr, tossendo e soffiando, diede la buona sera alla moglie, con voce strascicata, e si lasci cadere in una poltrona, come se avesse tagliato legna fino a quel momento.
E la tosse continuava a scuoterlo.
Quanto a lui, e quantunque per propria esperienza sapesse che non tutti i mariti traditi sono temibili, Ivan Andreic, timido come un topo davanti al gatto, non osava fiatare.
Con precauzioni infinite, si allungava sotto il letto per stendersi pi comodamente, quando d'un tratto una mano afferr la sua.
Vi era un altr'uomo sotto il letto!
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Capitolo 11.
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- Chi siete? - domand sottovoce Ivan Andreic.
- Tacete, tacete: ora vi dico subito chi sono. Basta che stiate zitto.
- Tuttavia... - arrischi Ivan Andreic.
- Tacete una buona volta!
E l'uomo soprannumerario - poich non c'era posto che per una persona, sotto il letto - strinse cos fortemente la mano di Ivan Andreic, che questi fu l l per gridare dal male.
- Signore!
- Zitto!
- Lasciatemi andare, o grido!
- Provatevi!
Ivan Andreic arross di vergogna. Certo, lo sconosciuto era severo. Forse, si era trovato pi d'una volta in posizioni critiche come quella; ma Ivan Andreic era novellino e si sentiva orribilmente impacciato. Gli saliva il sangue alla testa.
Che fare? Si sottomise e tacque.
- Angelo mio, - cominci il marito - sono stato a casa di Pavel Ivanovic. Abbiamo giocato a lungo al whist, e allora (tossisce), allora (tossisce)... Ahi, la mia schiena (tossisce)! le mie reni (tossisce)! Oh diavolo!
E il vecchietto si dedic tutto al suo accesso di tosse.
- Ho male alle reni - disse con le lacrime agli occhi. - Al diavolo le emorroidi! Non posso stare n in piedi, n seduto! (tossisce)... n seduto! (tossisce).
Sembra che questa tosse debba sopravvivere al vecchio, tanto  dura a morire.
- Signore, in nome di Dio, stringetevi un po' di pi - diceva intanto a bassa voce il disgraziato Ivan Andreic.
- Dove? Non c' pi posto!
- Tuttavia, dovete convenire con me che io non posso rimanere qui:  la prima volta in vita mia che io mi trovo in queste situazioni...
- Ed io,  la prima volta che ho un vicino cos noioso.
- Tuttavia, giovanotto...
- Silenzio!
- Come, silenzio! Voi siete grossolano, giovanotto. Se io non mi sbaglio voi siete ancora giovanissimo, io sono molto pi avanti con gli anni di voi...
- Si-len-zio!
- Signore, voi perdete la testa, non ricordate con chi parlate!
- Parlo ad un uomo che  disteso sotto un letto.
- Ma io, signore, sono qui per un marchiano errore, mentre, se non mi inganno, voi,  per immoralit che...
- "Se non mi inganno, se non mi inganno..." Che oratore! Ebbene, se davvero ci tenete a conoscere la verit, vi ingannate.
- Signore, io sono pi anziano di voi, e vi ripeto ancora una volta che...
- Signore, noi siamo qui sullo stesso piancito e... Ma non prendetemi per i capelli, per favore!
- Scusatemi, io qui non vedo nulla, e non ho posto sufficiente...
- Gi,  colpa mia se voi siete grosso?
- Mio Dio! Non mi son trovato mai in vita mia in una situazione cos umiliante.
- Infatti, non si pu cadere pi al basso.
- Signore, non so chi voi siate, e non capisco nulla in tutta questa faccenda: non so quindi che cosa stiate pensando...
- Avrei di voi la migliore opinione del mondo, se non mi spingeste tanto; e poi, alla fine, tacete una buona volta!
- Signore, se non mi fate un po' di posto, sar colpito da un attacco di apoplessia, e voi risponderete della mia morte, ve lo assicuro... Io sono un onest'uomo, un padre di famiglia, e non posso restare pi a lungo in questa posizione...
- Perch vi ci siete messo? Beh, per farvi un piacere, ecco un po' di posto, ma  tutto quel che posso fare per voi...
- Nobile giovane, caro signore! Come mi sono ingannato sul vostro conto, finora! Voi siete molto scomodo, vero? Oh, che peccato non potervi secondare; davvero! Dovete asservi fatto una pessima opinione di me, lasciate perci che io vi assicuri che... io sono... Io sono qui mio malgrado, ve lo assicuro, e non per il motivo che voi vi immaginate. Ho una grande paura che...
- Volete tacere s o no? Non capite che se ci sentono, siamo perduti? Zitto! Adesso parlano.
Infatti, la tosse del vecchietto cominciava a calmarsi.
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Capitolo 12.
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- Angelo mio bello, senti che cosa mi ha detto Fedosoy Ivanovic. Mi ha detto: "Prova della tisana di millefoglie". Hai capito, che cosa mi ha consigliato, angelo bello?
- S, s, ho capito, amico mio.
- Sicuro, mi ha detto proprio cos: "Provare la tisana di millefoglie".
"E io gli ho risposto:
"- Mi son messo delle sanguisughe.
"Allora lui, da capo:
"- No, Alessandro Dmianic, le millefoglie son molto pi efficaci, per il vostro malanno...
"Ecc! Ecc (sternuta e tossisce). Ah, Dio mio... Che cosa ne pensi amica mia? Ecc, ecc! Ah, Signore! Ecc, ecc! Debbo provare, che cosa ne pensi? Ecc, ecc, ecc, ecc! Delle millefoglie, ne abbiano in casa? Ecc, ecc, ecc, ecc!
- S, ne abbiamo: provatele!
- Vero, che  una buona idea? Ha aggiunto, il mio amico:
"- Non si sa mai, un'influenza come la vostra pu essere il principio di un grave malanno... - Ecc, ecc! - La gotta, o qualche malattia di stomaco - ha aggiunto. - Ecc! Ecc! - Forse anche l'etisia... - ha concluso. Che cosa ne pensi, amica mia? Ecc, ecc! Anche la etisia, nientedimeno!
- Oh, mio Dio, perch pensate a queste cose? Non dovreste dirle neppure per ischerzo!
- S, anche l'etisia... Andiamo, amica mia, dobbiamo andare a riposare. Spgliati, tu: io ci penso sopra, perch sono tanto raffreddato...
...
- Uf! - fece Ivan Andreic; - per Dio! Stringetevi un poco, altrimenti io...
- Che cosa volete ancora? Non potete star tranquillo, che sarebbe ora finalmente?
- Voi siete stizzito contro di me, giovanotto; voi volete cercar di offendermi, io lo vedo, io me accorgo. Voi probabilmente siete l'amante di questa signora...
- Silenzio!
- Io non tacer, non posso permettere a nessuno di rivolgermi la parola con tono di comando. S, non vi  dubbio, voi siete certamente l'amante di questa nobile signora. In quanto a me, non ho nulla da temere, capite?
- Se non vi decidete a tacere, finiremo con l'essere scoperti entrambi; ed allora la vedremo: io dir che siete mio zio, e che siete stato voi a trascinarmi qui... Sar una bella burletta, in fede mia!
- Voi vi prendete gioco di me, mi pare! Voi volete spingermi allo stremo della pazienza...
- Zitto! O io vi faccio tacere con le cattive!... Senza di voi, sarei rimasto qui fino al mattino, e poi me ne sarei andato tranquillamente: siete voi la mia rovina, la causa della mia perdita!
- Ma io non posso restare qui fino a domattina, io sono un uomo onesto, un perfetto galantuomo; io ho delle relazioni altolocate... Dite, pensate davvero che stia per coricarsi qui, questo vecchietto?
- Quale vecchietto?
- Quello che ha tossito fino a questo momento.
- Senza dubbio. Non tutti i mariti son come voi: questo  uno di quei mariti che dormono in casa propria.
- Signore! - esclam Ivan Andreic, ghiacciato dall'orrore - siate certo, che io pure dormo a casa mia, e che  la prima volta... Ma io credo che voi mi conosciate... Chi siete voi, giovanotto? Ditemelo subito, ve lo chiedo per amicizia...
- Ascoltatemi bene, io sto per usare la violenza...
- No, spieghiamoci cordialmente, andiamo!
- Io non ho davvero nulla da dirvi, tacete, oppure io sar costretto a...
- Ma io non posso...
In quel momento si ud sotto il letto il rumore di una leggiera lotta, e Ivan Andreic si tacque improvvisamente.
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Capitolo 13.
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- Amica mia, mia piccola amica, non avete sentito qualche animaletto, forse un gatto, muoversi nella camera?
- Che cosa vi viene in mente? Di quale gatto parlate mai?
La giovine signora non sapeva che cosa dire, alle domande senza malizia del marito; ella non era ancora tornata in possesso di tutta la sua presenza di spirito, e le parole del marito le fecero drizzar le orecchie.
- Di quali gatti parlate? - ripet.
- Di quelli che sono nella casa, amica mia! Ieri, il mio gatto Basilio era nel mio studiolo, e non la smetteva un istante di far "sci, sci, sci". "Che cos'hai, Basilio?" gli ho chiesto. E lui a rispondermi: Sci, sci, sci!" ed io, mi son messo a riflettere: "Piccolo padre,  forse la morte, che tu vedi e chiami...".
- Ma che cosa state dicendo, oggi! Dovreste vergognarvi di farmi di questi discorsi, amico mio!
- Non  nulla, non  nulla. Non ti arrabbiare, amica mia, amoruccio mio. Io so che tu mi piangeresti, se io venissi a morte... parlavo cos per dire... Andiamo, figlia mia, bisogna che tu ti corichi,  molto tardi.
- Lasciatemi... pi tardi...
- Come vuoi... Per, son sempre pi convinto che qui, a pochi passi da noi, vi sia qualche topolino...
- Ma che mania vi  venuta, oggi? Adesso, son topi, i gatti di poco fa! Si pu sapere che cosa volete dire?
- Forse, hai ragione, non si tratta n di gatti, n di topi... Uh, uh (tossisce). Ah, Dio mio, questa tosse, non mi lascia un istante di tregua!
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- Siete contento, adesso? Avete capito? Ci ha sentiti!
- Ma se sapeste come soffro! Pensate, mi avete fatto sanguinare il naso, a me...
- Ebbene, piantatela, tacete, e farete la cosa migliore...
- Giovanotto!... Ma in che compagnia son capitato? Chi siete voi, infine?
- Avrete fatto un bell'affare, un sensibile progresso, quando lo avrete saputo! Interessa forse a me il vostro none, m'interessa? Ma mi viene questa curiosit, a proposito! Come vi chiamate?
- Perch dovrei dirvi il mio nome? Lasciatemi piuttosto spiegare in seguito a quale sciocca avventura...
- Zitto, parlano ancora...
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- A dirvi il vero, mia piccola amica, sento come dei bisbigli...
- Ma no, non pu essere: certamente, avete il bambagio delle orecchie fuori di posto.
- A proposito di bambagio, sai tu chi abbiamo sopra di noi? Ecc, ecc!
- Au-dessu! - ripet sottovoce il giovanotto; - io credevo di essere all'ultimo piano: sarebbe forse il secondo, invece?
- Giovanotto, - continu con lo stesso tono Ivan Andreic - che cosa state dicendo? Che interesse avete in tutta questa faccenda? Io stesso, anch'io credevo di essere all'ultimo piano! Ve n' dunque un altro, sopra questo?
- Ti assicuro che qualcosa si muove, qui - disse il vecchietto, che aveva finalmente cessato di tossire.
- Sentite, avete inteso? - mormor il giovane, stringendo con tutt' due le mani una mano di Ivan Andreic.
- Mi fate male, lasciatemi stare...
- Zitto!
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Capitolo 14.
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- Dunque, - cominci il vecchietto - ti stavo dicendo che ho incontrato una bella signora, giovane...
- Quale bella signora? Dove mai?
- Lungo le scale... Ah, ora mi dimentico! Talvolta, la memoria mi tradisce improvvisamente... Bisogna...  l'erba di San Giovanni... Ecc!
- Come avete detto?
- Bisogna che beva un infuso di erba di San Giovanni... Si dice che fa molto bene... Ecc, ecc!
- Ma ora stavate dicendomi un'altra cosa... d'aver incontrato per le scale una bella signora...
- Eh?
- S, andiamo: una bella donna, per le scale... per scale, una bella donna...
- Eh? Chi ti ha parlato di queste cose?
- Ma voi!
- Io!? Quando? Ah,  vero!
- Che mummia! - sospir il giovane. - Andiamo, su, muoviti, di' quel che devi dire, ma spicciati!
- Signore, io fremo di spavento! Che cosa ascolto!? Oggi sar dunque come ieri?
- Zitto!
- S, s, - continu il vecchietto - ora mi ricordo. Ah, la birba! E che begli occhi! E che bel cappellino azzurro!
-  lei! Ha il cappellino azzurro! Dio mio! - mormor Ivan Andreic, sudando freddo.
- Lei, chi? lei? - fece il giovanotto, stringendo le mani del suo compagno di letto... di sotto il letto.
- Zitto - fece a sua volta Ivan Andreic. - Parlano, ora.
- Ah, la birba! - continuava il vecchietto. - Vien qui da qualche conoscenza, che raccoglie in suo onore un certo numero di amici.
- Oh, che cosa poco pulita! A che cosa ti interessi, ora, amico mio?
- Non te la prendere - replic il vecchietto, tossendo con maggiore insistenza. - Non te ne parler pi, dal momento che  cosa che ti secca. Mi sembri un po' mal disposta, oggi, cara...
- Come dunque siete venuto a finir qui? - domandava in quel momento il giovane al suo compagno di sventura.
- Ah, vedete, vedete un po'! Adesso, siete voi che mi interrogate?
- Sapete, insomma, a me non importa un fico secco, tacete se credete meglio di tacere, me ne... (Che il diavolo lo porti! Che stupido incontro!).
- Giovanotto, vi prego di non prendervela, ma io non so quel che mi dico, e non avevo nessunissima intenzione di offendervi. Volevo soltanto dire che vi  qualche cosa di losco nell'interessamento che voi manifestate a tutta la faccenda. Chi siete voi? Per me, non siete che uno sconosciuto...
- Oh, lasciatemi un po' in pace! - lo interruppe il giovanotto, che sembrava tormentarsi il cervello per cercar una soluzione che gli sfuggiva.
- Ora vi dir tutto, ecco. Non pensate che io sia stizzito e che voglia ingannarvi: qua la mano, ripeto; ecco la mia! Forse vi  sopra un po' di polvere, ma che cosa importa la polvere, coi sentimenti elevati che ci dominano?
- Ancora una volta, lasciatemi tranquillo con la vostra mano! Non possiamo muoverci, e voi immaginate di poter cacciare la vostra mano nel...
- Ma, giovanotto, voi mi trattate come una vecchia ciabatta! - esclam Ivan Andreic, in un accesso di timida disperazione. - Siate almeno garbato! Andiamo, noi potremmo volerci bene... Io sono dispostissimo a pregarvi di pranzare in casa mia...
- Quando dunque l'ha potuta incontrare? - mormor il giovanotto, evidentemente inquieto. - Ella forse mi aspetta... Bisogna assolutamente che io esca di qui!
- Lei! Qui, lei? Di chi parlate, giovanotto? Mio Dio! Perch debbo essere cos ridicolmente prigioniero?
E in segno di disperazione, Ivan Andreic cerc di voltarsi, di mettersi supino.
- Costi quel che vuol costare, io esco - mormor il giovane.
- Signore, che cosa fate mai? E io, che sar di me? - supplic, pure a voce bassa, Ivan Andreic, aggrappandosi alle falde della giacca del vicino.
- Ed a me che cosa importa? Restate qui solo, e non muovetevi; altrimenti, io dico al vecchietto, perch non mi prenda per l'amante di sua moglie, che voi siete mio zio, e che avete sciupato il vostro patrimonio in avventure di questa sorta.
- Nessuno vi creder,  una cosa assurda! Un bambino vi riderebbe in faccia...
- Allora, non ciarlate tanto, e restate nella posizione in cui siete. Passate la notte qui, e domani filerete via senza esser visto. Quando mi si sar visto uscire di qui, non si penser certo che vi sia ancora qualcuno sotto il letto. Due uomini sotto un letto, sotto il medesimo letto,  cosa che supera il verosimile! Perch non dodici, allora? (Quantunque, da solo, possiate contare per dodici!).
- E che cosa accadr se tossir? Poich bisogna prevedere tutte le eventualit!....
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Capitolo 15.
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- Si sente del rumore... certo proviene da lass... - disse il vecchietto, che si era appisolato.
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- Giovanotto, io esco di qui!
- Ed io, io resto. Andate! Dite un po', non siete voi per caso il marito?
- Che cinismo! E perch dovrei essere il marito? Io sono ancora scapolo!
- Raccontala ad un altro!
- Perch non l'amante?
- Bellino, un amante cos!
- Oh, signore, ascoltatemi e abbiate piet di me! Il marito, che non sono io, ma  il mio miglior amico d'infanzia... un giorno, mi disse:
"- Io sospetto mia moglie!
"- Perch? - gli domandai. - La gelosia  un difetto ridicolo, guardatene bene.
"- Poco importa, io ho dei sospetti.
"- Ebbene, - gli replicai solennemente - tu sei il mio migliore amico; noi abbiamo colto insieme il fiore del piacere e nuotato insieme nelle delizie!...
"Giovanotto, non so pi quel che mi dico, voi mi avete fatto impazzire!
- Oh,  molto tempo che me ne sono accorto, che siete pazzo!
- Benissimo! Avevo previsto questa vostra riposta... Ridete, prendetemi pure in giro, giovanotto; anch'io sapete, ho avuto i miei begli anni, ho fatto anch'io la parte del seduttore, ed ora... Ah, Dio mio, sento che il mio cervello scoppia!
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Capitolo 16.
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- Mi sembra che qualcuno abbia sternutito... - disse il vecchietto. - Sei raffreddata, amor mio?
- Io? Io no - rispose la giovane donna. -  venuto probabilmente dall'alto, quel rumore - si affrett ad aggiungere, spaventata dal crescente movimento e fracasso che facevano i due uomini sotto il letto.
- Forse hai ragione. Dev'essere il giovane dandy che ho incontrato, il giovane dandy dai baffi appena visibili...
...
- Parla probabilmente di voi, - osserv Ivan Adreic - giovanotto mio.
- Macch! Dal momento che io ero con voi, come pu avermi incontrato? Oh, piantatela di passarmi le vostre sudicie mani sulla faccia.
- Dio! Mi sento mancare!
In alto, il rumore aumentava.
- Hai ragione, - osserv il vecchietto -  dall'alto che viene questo frastuono. Che chiasso, anima mia! E proprio al disopra della tua camera da letto! Vuoi che sporga denuncia?
- Oh, come sei seccante!
- Oh, no, non lo far pi! Ma decisamente, sei molto nervosa, oggi!
- Volete farmi un vero piacere? Andate a dormire!
- Lisa, non mi ami pi!
- Eh, s; ma sono anche stanca, ho sonno.
- Bene, se  cos me ne vado.
- Oh, no: resta: o meglio, vattene, s...
- Va'... resta... va'... Ma si pu sapere che cos'hai? Suvvia, me ne vado. Buona notte.
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Capitolo 17.
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- Se ne va - disse il giovanotto; - rallegratevi.
- Che Dio ci scampi!
-  una bella lezione, per voi!
- Come, una lezione? Siete un po' troppo giovane, signore, per potermi dare delle lezioni!
- Pure, ve ne d, a quanto pare.
- Cielo! Sto per sternutire.
- Non abbiate questa audacia!
- Che cosa debbo fare? Prendete il mio fazzoletto dalla mia tasca destra... cos... ve ne supplico, e datemelo... Perch son cos punito, e di che cosa?
- Ecco il vostro fazzoletto... Siete punito della vostra gelosia, ecco di che cosa siete punito. Per futili apparenze, voi correte come un pazzo, entrate nelle case degli altri, fate del disordine...
- Quale disordine?...
- Spaventate una giovane donna che certamente dalla paura si ammaler... turbate la digestione di un vegliardo oppresso dai reumatismi... infine...
- Ma con quale diritto...?
- E non capite che questa commedia pu andare a finir male? una fine tragica? Che questo vecchio pu diventare furioso, nel vedervi uscire di sotto il letto?.. Ma no, non sar il caso di prendersela sul tragico, con voi, e quando uscirete di qui, sar per tutti una bella occasione di ridere a gola spiegata... Vorrei vedervi alla luce del sole, dovete esser grazioso!
-  probabile, signore, che non troviate sul vostro viso altra impronta se non quella della immoralit!
- Non vi consiglio di parlare di immoralit... In quanto a me, mi sono semplicemente sbagliato di piano... N riesco a capire perch mi abbian lasciato entrare:  probabile, per non dir certo, che la signora aspettasse qualcuno, che non era n suo marito, n me..., n voi.
"Ma in ogni modo, il mio errore non scuserebbe il vostro. Voi, signore, siete un vecchio ridicolo e geloso. E sapete perch son rimasto qui sinora? Per mera piet nei vostri confronti. Poich, che cosa fareste voi senza di me? Sapreste trovare un espediente per salvarvi?
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Capitolo 18.
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- Come abbaia la nostra cagnetta! - osserv il vecchio.
Infatti, la cagnetta della bella signora si era svegliata dal sonnellino iniziato su di un cuscino, e, col naso sotto il letto, abbaiava furiosamente.
- Che scioccherella! - disse sottovoce Ivan Andreic. - Ora scoprir il vaso di rose.
- Cuccia, Amica, cuccia! - grid la signora, allarmata. - Cuccia, Amica!
Ma la cagnetta si ostinava a metter sossopra gli abiti di Ivan Andreic.
- Ma che cos'hai mai, amor mio? - domand il vecchietto. - Che vi siano dei topi sotto il letto, o il suo amico Basilio? Era forse lui che sternutiva poco fa...  raffreddato anche lui, con una giornata come oggi...
- Non muovetevi - disse il giovanotto; - forse finir col lasciarci in pace.
- Non mai prendete le mani, ve ne prego!
- Non parlate, non muovetevi!
- Ma mi morde il naso! Volete forse che io perda il mio naso?
Ivan Andreic, finalmente, riusc a liberare le mani, e d'un tratto l'abbaiare della cagnetta cess: essa rantolava.
- Oh, Dio mio! - esclam la donna.
- Miserabile, che cosa fate?! - disse sottovoce il giovane ad Ivan Andreic. - Lasciatela dunque andare! Non conoscete il cuore delle donne, voi! Non capite dunque che ella ci consegner alle autorit, al marito, al carnefice, se voi strangolate cos la sua cagnetta?
Ma Ivan Andreic, forte del suo diritto di legittima difesa, ed avendo inoltre paura, con l'abbandonare la presa, di essere assalito pi vivamente da Amica, non ascoltava ragioni: e con un rude colpo strangol la misera bestiola.
- Amica, Amichetta! - gridava la signora. - Mio Dio! Che cosa stanno facendo? Amica! Amichetta!... Ah, i birbanti! Ah, i barbari... Dio mio, mi sento mancare!...
- Che? Che cosa c'? - grid il vecchietto saltando dalla sua poltrona. - Amichetta! Amichetta! Psss! Psss!.... Se Basilio l'avesse mangiata, per caso? Bisogna frustarlo, quel Basilio, amica mia!  pi di un mese che dobbiamo frustarlo! Te l'ho detto tante volte! Voglio consultare in proposito Prascovia Zakarievna... Ma... che cos'hai? Eccoti tutta pallida! Ehi, gente! Gente!
- I malvagi! I selvaggi! - gridava sempre la signora, rovesciandosi sulla sua sedia a sdraio.
- Ma dimmi, si pu sapere di chi parli?
- Ma della persona che  qui, sotto il letto... Oh, mio Dio; Amichetta!
- Come!? Gente sotto il letto?!
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Capitolo 19.
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Il vecchio afferr una bugia e si chin per guardare sotto il letto.
Ivan Andreic rimaneva immobile, pi morto che vivo; ma il giovanotto invece spiava con attenzione ogni movimento del vecchio, che andava dalla parte contraria alla sua, in capo al letto, e si curvava per veder meglio. Subito il giovane pot scostarsi, e non esser veduto.
- Chi siete dunque? - gli fece a voce bassa la donna; - ed io che mi figuravo...
- Il miserabile assassino di Amica  sotto il letto - rispose il giovanotto sullo stesso tono.
Poi scomparve.
- Oh, oh! Vedo qualcuno - esclam il marito, afferrando un piede di Ivan Andreic.
- L'assassino! L'assassino! - gridava la donna. - Oh Amica, Amichetta mia!
- Uscite di l! - gridava intanto con voce soffocata il vecchio, battendo i piedi sul tappeto. - Uscite... Chi siete mai? Rispondete immediatamente! Dio, che uomo strano! Che uomo strano!
- In nome del cielo, vostra eccellenza! - implor Ivan Andreic - non chiamate nessuno. Sarebbe assolutamente superfluo.
"Io non sono quello che pensate... Vostra eccellenza,  un equivoco che io vi spiegher subito - balbettava il malcapitato, singhiozzando. - Tutto questo, per colpa di mia moglie... o meglio per quella di un altro. Io, io non sono sposato.  un amico, un amico d'infanzia che mi ha...
- Quale amico d'infanzia?... Voi siete un ladro... di che amico d'infanzia mi discorrete?
- No, vostra eccellenza, non sono un ladro, sono... S,  per un mio amico d'infanzia... Io mi sono sbagliato di porta... Io non sono quel che pensate... Voi fate a mio proposito, vostra eccellenza, un crudele errore...
"Signora, - continuava Ivan Andreic, giungendo le mani e voltandosi verso la giovane moglie del padrone di casa - voi siete una donna, voi mi potete capire... Io ho ucciso Amica.  colpa di mia moglie... Io sono molto sventurato, e bevo l'amaro calice fino alla feccia...
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Capitolo 20.
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- Ma, signore, come siete entrato fin qui? - domand il vecchio, che cominciava a capire che Ivan Andreic non era un ladro. - Come avete potuto entrare? Come un brigante, come un malfattore...
- No, vostra eccellenza mi perdoni, non sono un malfattore. Mi sono semplicemente sbagliato di porta. Ho il torto di esser geloso: ora confesser tutto, come farei al mio stesso padre, perch voi potreste benissimo esserlo, alla vostra et...
- Come, che cosa dite? alla mia et!?
- Benissimo! Adesso forse ho offeso vostra eccellenza! Infatti, una cos giovane signora... e la vostra et... Volevo semplicemente dire che  molto simpatico vedere in questa casa una coppia cos ben assortita...
"Ma non chiamate gente, ve ne prego, per amor di Dio. La gente riderebbe alle mie spalle; la conosco, io, la gente... Non crediate che io non conosca che il servidorame: ho io stesso dei servi, eccellenza...  una brutta genia, schernitrice e ciarliera... Asini, veri asini... Altezza... Non mi inganno, vero?  bene ad un principe che ho l'onore di parlare?
- Oh, no! Invece di lisciarmi, ditemi come avete potuto entrare qui: sar meglio...
- Scusatemi, Alt... no... volevo dire, eccellenza! Voi assomigliate come assomigliano due goccie d'acqua al principe Korotkoukov, che ho avuto l'onore di conoscere a casa del mio buon amico, il signor Puzerev...
- Ma come siete entrato? Chi siete voi, infine, si pu saperlo? - esclam la signora.
- S, - incalz il vecchio - chi siete? E io ho potuto credere che fosse Basilio, che sternutasse sotto il letto! Chi siete voi? Parlate una buona volta!
- Non posso parlare, eccellenza: sto ascoltando le vostre fini boutades... D'altra parte, sar forse meglio che vi dica tutto; ma non chiamate gente, ve ne prego, trattatemi magnanimamente!
"Credete, signora,  una storia molto comica... Voi vedete sulla scena un marito geloso! Ah, ah! Questo vi fa ridere, vero? Certo, io ho ucciso Amichetta, ma avevo perduto la testa!
- Ci volete, s o no, dire come avete potuto entrare in casa nostra, in questa camera?
- Col favore delle tenebre, eccellenza... Perdonatemi, io sono un marito oltraggiato che mi son sbagliato di porta, ecco tutto! Io non sono un amante, la vostra sposa  pura e senza macchia, se cos  permesso di esprimermi.
- Che!? Siete impazzito, ora? Come osate parlare di mia moglie con questi argomenti?
- L'assassino di Amichetta! - esclam la signora, piangendo - ed ha anche la impudenza di parlare...
Ivan Andreic raccolse tutto il proprio coraggio e cominci una narrazione che, nelle sue intenzioni, doveva essere organica, succinta e definitiva.
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Capitolo 21.
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- Eccellenza, - cominci - mi sono accorto di aver detto una vera impertinenza, ma vi assicuro che non ne avevo assolutamente l'intenzione, anzi, aveva l'intenzione contraria... Prendetemi per un pazzo, ve ne prego: preferisco cos! Voi mi farete un grande favore, ve lo assicuro, prendendomi per un pazzo.
"Io sono lo zio... vale a dire, non posso esser l'amante, ecco che cosa volevo dire... Benissimo, ecco un'altra impertinenza!
"Non offendetevi, signora; voi, come donna, capite che l'amore, questo sentimento elevato che... del quale... In altri termini, io sono vecchio, o meglio ho una certa et, perci non sono il vostro amante! Voi ridete? Quanta bont! Sono veramente felice di aver provocato un vostro sorriso, sono incantato...
- Che persona ridicola! - diceva frattanto la donna, scoppiando dalle risa.
- S, molto ridicolo - disse il vecchietto, contentissimo di veder ridere la moglie. - Ridicolo, e pieno di polvere, per giunta! Ma si pu sapere, o no, come siete entrato?
- Infatti, eccellenza, si direbbe un romanzo, se non fosse la verit stessa. In piena notte, nella capitale del pi grande impero d'Europa, un uomo sotto il letto! Che strana istoria! Cose da romanzo di cappa e spada! Ma non  nulla di tutto questo, e non vale la pena di far paragoni.
"La signora mi permetter di offrirle domani stesso una cagnetta per sostituire, se pure  possibile, quella che io ho sventuratamente... Insomma... quello che io intendo di darvi,  una magnifica rappresentante della specie canina, piccolissima, dal pelo lungo, che pare seta... Non pu fare due passi senza avvoltolarsi nel suo pelo e cadere... Viene nutrita con zucchero, esclusivamente.
- Ah, ah, ah! - La signora si torceva dalle risa. - Dio, com' buffo quest'uomo!
- S; ah, ah, ah! Ecc! ecc! ecc! Com' buffo! E com' sporco, anche! Ah, ah, ah!
- Vostra eccellenza mi vede finalmente felice, del tutto felice. Se osassi, vi pregherei di stringermi la mano. Avevo dei brutti sospetti su mia moglie, ma ora i miei occhi si sono aperti, e so, son certo che ella  innocente.
- Sua moglie! sua moglie! - diceva la donna, piangendo dal ridere.
- Pu darsi che sia sposato? Chi lo avrebbe mai creduto? - disse il vecchietto.
- S, eccellenza. Io sospettavo mia moglie,  vero. Sapevo che vi era in questa casa un convegno al terzo piano... mi sono sbagliato di porta e... mi sono nascosto sotto il letto!
- Ih, ih, ih, ih!
- Ah, ah, ah!
Ivan Andreic credette suo dovere di far eco alle risate dei due.
- Com' bello, - soggiunse - essere cos d'accordo e contenti! Certamente, mia moglie  innocente, vero, eccellenza?
- Ah, ah, ah! Ih, ih, ih! Mia piccola amica, sai chi , sua moglie?
- No, chi? Ah, ah, ah!
-  la bella donnina che ho incontrato per le scale, quella del dandy dai fini baffetti, lo scommetterei.
- No, eccellenza, vi giuro che non  lei, non pu esser lei!
- Eh, voi perdete il vostro tempo - esclam la signora; - correte, andate al terzo piano, forse li sorprenderete sul fatto, chi sa!
- Al terzo piano... se  cos, non corro, volo! Ma certamente non trover nessuno. Ella  a casa mia, a quest'ora, e dorme. Non  vero, che non la trover, che ne dite?
- Ah, ah, ah!
- Ih, ih, ih! Ecc, ecc!
- Andate dunque in fretta, - disse la signora - e domattina veniteci a raccontare com' andata, e conducete, con voi, vostra moglie. Voglio davvero fare la sua conoscenza.
- Certo. Arrivederci. Sono veramente felice di aver fatto la vostra conoscenza, anch'io.
- E la cagnetta? Non dimenticatevene.
- Potete contarci, signora! - rispose Ivan Andreic, che aveva gi varcato la soglia della camera. - Si direbbe che  fatta di zucchero, parola mia! E non appena ha fatto due passi, puffete, per terra! Di zucchero, di zucchero, signora! Arrivederci, eccellenza, arrivederla, signora, molto lieto di avervi conosciuto...
Ivan Andreic salut e usc.
- Ehi, signore, signore! Tornate un momento, ve ne prego - grid il vecchietto.
Ivan Andreic rientr per la seconda volta.
- Non avete per caso portato via Basilio? Non lo trovo pi... Non era con voi sotto il letto?
- No, eccellenza... Ma... ma fatemi fare... s, fatemi fare la sua conoscenza... mi considerer molto onorato...
- Temo che sar costretto a farlo frustare, invece.
- Farete bene, eccellenza; le correzioni corporali sono talora necessarie agli animali domestici... Esse inculcano i principii della vera obbedienza...
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Capitolo 22.
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Nella via, Ivan Andreic rimase a lungo nell'attesa di un colpo d'apoplessia. Si tolse il cappello, si asciug la fronte imperlata di freddo sudore, chiuse gli occhi, riflett e fin col rincasare.
Ebbe quivi il piacere di sapere che Glafira Petrovna era da tempo tornata dal teatro.
"Ha avuto mal di denti" gli fu detto "e il dottore, mandato a chiamare d'urgenza, le ha dato una pozione calmante. Ora  coricata e aspetta vostra eccellenza".
Ivan Andreic chiese dell'acqua per lavarsi la faccia e le mani, si fece spazzolare e poi si rec nelle stanze della moglie.
- Che nuovo modo di vivere avete adottato, adesso? Dove trascorrete le vostre notti? Guardatevi un po' nello specchio! Che strana faccia avete! Come va questa faccenda? Vostra moglie si sente morire, e siete cercato inutilmente in tutta la citt! Che cosa potete dire? Dove eravate? Mi correvate dietro, ancora, tanto per cambiare.  vergognoso, questo, da parte vostra, dovreste ormai capirlo! Presto, sarete mostrato a dito in tutta la citt!
- Mia piccola amica...
In quel momento, Ivan Andreic sent il bisogno di chiedere un consiglio, o meglio un modo di contenersi, al solito fazzoletto.
Ma, oh terrore!, col fazzoletto trasse dalla tasca il cadavere di Amichetta.
Egli aveva del tutto dimenticato che al momento dell'"assassinio", per nascondere le tracce del misfatto, aveva cacciato la vittima nella propria tasca, dalla quale ora essa usciva inaspettatamente e inopportunamente, come uno spettro.
- Che cos' questo? Orrore! Un cagnolino! Che cosa significa questa faccenda?
- Mia piccola amica, - rispose Ivan Andreic, pi morto di Amichetta - angelo mio...
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- Ah, ah, ah! Ih, ih, ih! Ecci, ecc, ecc!
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Capitolo 23.
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Alla fine, Glafira si stanc di farsi inseguire attraverso tutta Pietroburgo dal suo vecchio e geloso marito.
Ella rinunci agli appuntamenti dati all'Opera od altrove, e si decise a ricevere i suoi... amici in casa propria.
Orbene, l'eccellente moglie di Ivan Andreic Sciabrin aveva sei amici, o, per parlare pi francamente, sei amanti (bisogna pur riposarsi, il settimo giorno!), e aggiungiamo che ella li aveva scelti fra il fior fiore della buona societ pietroburghese.
D'altra parte, noi ci atterremo ai due eletti che il lettore gi conosce, Alessio Petrovic Tvorogov e Michail Pavlovic Bobinitcin. Questi due giovani, tanto diversi l'uno dall'altro, erano, per cos dire, le due note estreme dell'ottava di Glafira.
L'uno, Tvorogov, era tutto dolcezza, tutto spirito, tutto dandysmo; ma credo che ella se lo tenesse da conto soprattutto per il suo bell'aspetto: egli era infatti un bellissimo giovane dai fini baffi impomatati, dai capelli spartiti come la moda voleva (sapete bene, sulla fronte) e con la bocca in forma di cuore (o a cul di gallina, se l'espressione un po' volgare non vi spiace).
Bobinitcin, invece, era uomo dalla voce maschia, e non era altrettanto decorativo: un bel giovane, grande e grosso, senza garbo n grazia, un po' ostinato e che parlava poco; penso che per agisse molto. Era un uomo solido, eccezionalmente dotato fisicamente. Ivan Andreic se ne accorse troppo... ma non precorriamo gli eventi.
Glafira aveva calcolato che, a conti fatti, sarebbe stata pi libera a casa propria, specialmente quando fosse riuscita a mettere a posto definitivamente quel noioso Ivan Andreic: poich, che egli la sorvegliasse, che la spiasse, non c'era possibilit di dubbio. Ella lo odiava e lo disprezzava cordialmente quando, per caso, pensava a lui, cosa rara.
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Capitolo 24.
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- Pollastrello mio, - gli annunci una bella mattina, - io non voglio uscir pi di casa, ne ho abbastanza della gente, della buona societ, di tutti: la vita ritirata, eco quel che mi occorre.
- Ah, ah! - fu la sola risposta di Ivan Andreic il quale non sapeva se sorridere o ammirarla.
- Guarda un po'! Te ne meravigli tanto? Come  vero, quel che pensavo poco fa!
- Che cosa, cara?
- Che tu non mi hai mai capita.
(Di solito, le donne tirano fuori quest'argomento incontrovertibile quando vogliono stabilire la discussione su basi solide).
- Ma no... ma no... - protest Ivan Andreic, il quale in coscienza non sapeva se dovesse rallegrarsi o rattristarsi per questa novit; - ma no, mia cara, ti occorrono delle distrazioni... alla tua et...
- Nient'affatto! Mi basti tu, Cocco mio!
- Oh, oh, oh!
Ivan Andreic non credeva alle proprie orecchie.
- Ascolta, Cocottina mia...
- Ma, non chiamarmi cos - tagli corto la signora Sciabrin, con dignit.
- Bene, bene!
(Gli atteggiamenti dignitosi di sua moglie avevano sempre avuto su Ivan Andreic un effetto irresistibile: ed egli si affrett a cambiar tono).
- Ebbene, mia cara, non posso dirti, tanto sono commosso, sino a qual punto la tua decisione mi colma di gioia. Mai, capisci, mai ti avrei rimproverato di star troppo fuori di casa, credilo...
- Ah, ah, ah!
La donna rise a gola spiegata. Ivan Andreic si allarm; ma evit di interrogarla sul motivo ai quella ilarit.
- Ma io temevo - riprese Ivan Andreic - che tutto questo finisse con lo stancarti.
- Ah, ah, ah, ah!
Ella si sentiva mancare dalle risa.
Ivan Andreic, molto sconcertato, la guardava rotolarsi sul divano sopra il quale era seduta, e si sentiva terribilmente vile di fronte a quella ilarit enigmatica. Aveva lungo la schiena un rivoletto di sudorino freddo, e gli pareva che gli si rizzassero i capelli sulla testa.
- Insomma, mia cara! - scoppi d'un tratto. Ma poi si calm.
Glafira aveva cessato di ridere e lo fissava con intensa attenzione.
- ...Vale a dire... no... Non sono molto a mio agio, se ridi... E anch'io tuttavia, rido... La tua decisione mi rende felice, cos felice!... Allora, hai detto... che sei disgustata dei balli e dei concerti?
- Decisamente. Ti assicuro, Cocco mio, che ormai non voglio pi che te! Ah, ah, ah, ah!
Una nuova crisi di ilarit.
Ivan Andreic aggrott la fronte. Ma non era neppure una velleit di rivolta, la sua: era semplicemente nervosismo.
- Mi sembra che tuttavia la tua decisione sia un po' esagerata - disse con gravit - e poi tutti troverebbero da dire la loro; non si mancherebbe di insinuare che io tengo la moglie sotto chiave... Inoltre moriresti di noia... 
- Con te, Cocco mio? Ah, ah, ah, ah! Almeno, tu non pecchi di fatuit! Ah, ah, ah, ah!
Ivan Andreic credette meglio sorridere con affettuosit.
Egli continu:
- Anche con me, mia buona amica. Io non voglio certo costringerti ad uscire, ma bisogna pur vedere qualcuno, altrimenti si diventa veri e proprii reclusi... Se tu non andrai pi a casa di nessuno, permetti almeno che gli altri vengano da te... ricevi qualcuno...
- No! - esclam Glafira, affettando un'aria grave e mal dissimulando la sua voglia pazza di ridere; - la vita ritirata... la solitudine... piena d'incanto...
- Te ne prego, mia piccola amica... la principessa Korokov...
- Mai!
- La generalessa...
- La generalessa...? Mai! Ascoltatemi piuttosto: vi sono alcune persone che consentirei a vedere ancora, ma sono certa che codeste persone non godono le vostre simpatie... voi siete un vero tiranno... preferisco non insistere!...
- Come puoi dire, mia piccola amica, che io sia un tiranno?
Ivan Andreic dava alla propria voce tutte le inflessioni della benevolenza incompresa, e si dimostrava veramente avvilito.
- D'altra parte, - continu Glafira - voi stesso non godete la simpatia di quelle persone... vi sarebbero delle discussioni... forse dei litigi poco simpatici... Voi siete cos irascibile... collerico... violento... Oh, se mi prometteste di non mostrarvi mai a codeste persone...!
- Ma s, ma s, mia piccola amica! Ma certamente! Come vorrai tu! Io mi mostrer, io non mi mostrer, come vorrai tu... Ma... potrei sapere... chi sono queste persone...?
- Oh, certamente... afferm Glafira; e cominci l'elenco; per il quale il lettore consenta a vedere il capitolo successivo.
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Capitolo 25.
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- Oh, certamente - disse Glafira. - Il signor Bobinitcin...
- Ahi! - fece Ivan Andreic, come se qualcuno gli avesse camminato sui calli.
- Eh? che cosa avete?
- Nulla, mia piccola amica. Il signor Bobinitcin certamente  un giovane simpaticissimo... Felice di fare la vostra conoscenza... Bene, che cosa sto dicendo adesso? Vale a dire... Non so quel che io abbia. Come vuoi tu. Dunque, il signor Bobinitcin, e poi?
- Il signor Polienev.
- Ahi!
- Che cosa c' adesso?
- Nulla... Nulla! Il signor Polienev, anche lui? Oh, certamente, s; dunque, il signor Bobinitcin, il signor Polienev... e poi?
- Il signor Tvorogov.
- Ahi! Ahi!
- Oh, insomma, si pu sapere che cosa avete? Si direbbe che a ciascuno di questi nomi, vi sentiate pungere da una spina.
- E come potrebbe essere altr....? Vale a dire, s: ho capito: il signor Bobinitcin, il signor Polienev, il signor Tvorogov; e poi?
- E poi il signor Bersenev e il signor Niutski, e il signor Orsadov.
Ivan Andreic si lasci cadere su di una poltrona; egli contemplava la moglie con una specie di stupore ammirativo.
D'un tratto, il suo viso si rischiar; infine, egli avrebbe potuto sorvegliare tutta quella gente, senza muoversi da casa propria.
- S, s, - disse - cos avrai un piccolo gruppetto... raccolto... intimo... E in quali giorni li riceverai?
- Nei sei giorni della settimana lavorativa - dichiar categoricamente Glafira, trattenendo con grande fatica le risa.
- Nei sei giorni della settimana lav... Ah!
- E da oggi, mander gli inviti; vi degnerete di ricordarvi che non dovrete farvi vedere, come avete promesso.
- Tuttavia, mia piccola amica... - tent di protestare timidamente Ivan Andreic.
Ma un gesto imperioso gli impose silenzio.
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Capitolo 26.
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Di l a qualche tempo, un giorno Glafira riceveva, nel suo salottino, il signor Bobinitcin. Dietro la la porta, sulla serratura della quale Ivan Andreic aveva incollato l'orecchio, egli ud la seguente conversazione
- No, Michail Pavlovic, io non lo creder mai, non posso crederlo.  diffidente, sospettoso, geloso...
- E poltrone... - aggiunse la grossa voce di Bobinitcin.
- E anche poltrone, forse, ma io non lo credo cos volgare.
"Di che cosa stanno parlando?" si chiedeva Ivan Andreic, preoccupato dell'andamento del discorso.
-  proprio cos.  stato sorpreso, voi non lo sapete ma  giusto che lo sappiate, sotto il letto della giovane moglie di un vecchissimo funzionario oppresso dagli acciacchi.
"Canaglia!" mugol Ivan Andreic.
- Ma sapete - fece la voce chiara di Glafira - che se questo fosse dimostrato, mi darebbe tutti i diritti contro di lui... E le rappresaglie non mancherebbero...
- Certo, signora, tutta Pietroburgo ammira la vostra fedelt verso un uomo che, a detta di tutti, vi inganna indegnamente.
Ivan Andreic ud un piccolo scoppio di risa subito soffocato; ma quel che non pot udire, furono le parole che Bobinitcin disse sottovoce, curvandosi verso Glafira:
- Ascoltate, finiamola; questa parte mi annoia, e non sono venuto qui per fare la commedia. Credete dunque che sia dietro la porta?
- Non c' dubbio - rispose Glafira sullo stesso tono.
- Allora gli voglio sbattere la porta sulla faccia - disse Bobinitcin, alzandosi.
- No, no, non ancora, voglio prima dargli una lezione coi fiocchi.
Il bisbiglio si elevava di tono, e Ivan Andreic si chiedeva con grande inquietudine che cosa si poteva dire cos sottovoce.
D'un tratto, risuon nuovamente la voce profonda di Bobinitcin.
- Ah, perdiana, signora, ma se fosse cos, passerebbe i limiti, stavolta!
- Eppure, scommetto che  proprio come dico io.
- Ora possiamo subito vedere se avete ragione - disse Bobinitcin, alzandosi.
E improvvisamente Ivan Andreic ud la voce del giovane echeggiare vicinissima a lui, come un colpo di tuono.
- No, - diceva quella voce - non posso credere che un uomo d'onore discenda tanto in basso da mettersi ad ascoltare dietro le porte.
E subito Ivan Andreic, che d'altra parte era semiparalizzato dalla paura, ricevette sulla sua venerabile fronte pelata di alto funzionario la porta - la porta del salottino di sua moglie!
Egli cacci un urlo di dolore e si allontan in fretta, anzi fugg, con la testa fra le spalle.
Prima di aver raggiunto l'estremo del corridoio, ud ancora la grossa voce dire, con un tono di imperturbabile gravit:
- No, non c'era nessuno.
Poi un gioioso, spietato scoppio di risa di Glafira.
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Capitolo 27.
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Ma questo non era ancora nulla. Il pi grave "incidente" di Ivan Andreic, l'avventura scandalosa che occup per una settimana le chiacchiere degli sfaccendati pietroburghesi, ebbe luogo l'indomani stesso.
Quel giorno, era il "giorno del signor Tvorogov".
Fin dal mattino, il vecchio marito, la cui fronte, se non il cuore, non aveva ancora dimenticato l'inconfessabile ferita ricevuta durante la fazione, si era dimostrato particolarmente sgradito. Egli aveva fatto amare allusioni ai visitatori di Glafira. Insomma, ella pot capire che egli sospettava particolarmente, con astio speciale - che spirito penetrante! - il signor Bobinitcin.
Si arrischi anche a dire che "ella forse avrebbe agito saggiamente" se non avesse ricevuto tutti i giorni; che "avrebbe fatto meglio a scegliere un gioved o un sabato"; in una parola, che "avrebbe potuto raggruppare le proprie relazioni".
Glafira non rispose. Squadr sdegnosamente il galantuomo, e senza parlare usc dal salotto dov'era andato a darle questi suggerimenti.
Ivan Andreic, pensieroso, si sedette su di un largo e profondo divano, per il quale Glafira sembrava avere una vera predilezione, un mobile francese che ella aveva fatto venire espressamente da Parigi, con molle dolcissime, imbottite di spesso velluto; larghe frange di seta giungevano fino al suolo.
Ivan Andreic era immerso nei suoi pensieri. N lui, n io sappiamo quanto tempo rest cos solo a meditare sui suoi infortuni, sulle sue vicissitudini di marito vecchio di una donna giovane.
Fatto  che egli era ancora l, quando gli parve di sentire nel corridoio il passo di un uomo, poi una voce anche troppo conosciuta. Chi sa perch, l'idea di ricevere personalmente il signor Tvorogov riusc insopportabile a Ivan Andreic.
Egli si alz, guard con disperazione la porta fatale che gli aveva dato la rude carezza che sappiamo, fece due o tre giri su se stesso, pens per un attimo alle ampie tende delle finestre, ma fremette al pensiero che avrebbe potuto esser troppo facilmente sorpreso, e finalmente, poich il rumore del passo si avvicinava, si lasci scivolare con facilit, la facilit che proviene da vecchie abitudini, sotto il divano preferito della moglie.
Era cos turbato che dapprincipio si mise a posto in modo da non occupare che met dello spazio disponibile; ma ben presto, avendo tastato nella tenebra delle frange, si accorse di esser solo, stavolta, e questa fu per lui una non piccola consolazione.
Si mise dunque pi comodo, e facendo il confronto con l'altra volta, dovette riconoscere che non si trovava poi tanto male.
Intanto, il signor Tvorogov entrava, e si sedeva sul divano.
- Vogliate aspettare, barin, mio padrone: esse stanno per arrivare, e fra poco verranno qui.
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Capitolo 28.
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Glafira non si fece aspettare molto.
Vedendola entrare, Tvorogov si alza, con un sorriso e un bacio sulle labbra; ma ella si mette un dito sulla bocca e dice con tono affabile:
- Siate il benvenuto, Alessio Petrovic. Pensate che in questo momento sto cercando mio marito, e non riesco a trovarlo.
Con la mano, ella indica sotto il divano. Tvorogov spalanca tanto di occhi, poi, d'un tratto, non potendo trattenersi, cade a sedere sul divano soffocando dalle risa.
Glafira gli fa eco.
- Ma - domand Tvorogov non appena gli fu possibile parlare - avete guardato bene sotto i letti? Sapete pure che quello  il luogo preferito da Ivan Andreic, per il suo riposo.
- Ma non volete proprio tacere? Che cosa state mai dicendo! Io gi non ho mai creduto una parola di quella assurda storiella; Ivan Andreic potr essere ridicolo, qualche volta, ma non lo credo capace di simili mancanze di riguardo.
- Questa incredulit vi fa onore. Tuttavia, non mancate mai di guardare sotto il letto, ve lo consiglio.
Tvorogov, insistendo cos, credeva di coadiuvare al piano di Glafira; ma ella aveva ben altre intenzioni, e voleva giunger pi lontano.
- No, no, - disse facendogli una smorfia quanto mai significativa; - dopo tutto, forse,  uscito senza che io me ne sia accorta. Parliamo un poco. Quando  il prossimo ballo dagli Skorpulov?
- Fra una quindicina di giorni, cara signora. Vi andrete?
- Non ci penso nemmeno; sapete pure che ho rinunciato al mondo, ai divertimenti...
- Come, alla vostra et? Ma questo  un vero delitto!
- Io mi voglio consacrare a mio marito. Invecchia, e io voglio curarlo; invecchia, e ha bisogno di cure, di affetto. Perch vi ripeto che io non credo una parola delle sciocche storie che si raccontano. Egli mi ama, io lo adoro, e la nostra vita non  che una lunga luna di miele.
- Davvero? Oh, che bel quadro! Un vero idillio, addirittura! E... la fedelt reciproca?
- Voi potete credere, signor Tvorogov, che per quanto mi riguarda...
- Ma certamente! Nessuno pi di me  in grado di giurare che non vi  pi preziosa... moglie (egli si curva verso Glafira per sussurrarle all'orecchio un'altra parola), moglie pi virtuosa, capite, moglie pi virtuosa di voi, cara signora! Ah, Ivan Andreic  un fortunato birbante!
- D'altra parte, - miagola Glafira - egli ha ben meritato la sua sorte...
Una pausa. I due carnefici si sentono mancare dalle risa e mordono i loro fazzoletti.
- Oh, certo! Tutta Pietroburgo  unanime nell'affermarlo: Ivan Andreic non ha che quel che si merita.
- Un uomo cos sapiente!
- Vale a dire, che ha tanta scienza, da non esser pi neppure un uomo, bens un pozzo... un pozzo di scienza...
- E come mi ama!
- Da non lasciarvi un solo momento: si dice che vi segue quando uscite e che domanda di voi a tutti i cocchieri.  commovente.
- Vero?
Una pausa pi lunga.
I due interlocutori non possono pi parlare, ed hanno il loro da fare per nascondere il riso spasmodico. Il divano trema.
- Pensate - riprende Glafira, con maggior calma - che ieri gli  capitato un piccolo incidente. Ha un grosso bernoccolo sulla fronte. Io gli domando:
"- Dove ti sei fatto quel bernoccolo, Cocco?
"E lui mi risponde:
"- Oh, non  nulla,  stato contro un muro: ho urtato distrattamente.
"- O contro una porta?
"- O forse contro una porta. Non ho visto bene.
"- Vedi, - gli ho detto - sei troppo distratto, sei sempre assorto nelle tue preoccupazioni di ordine certamente elevatissimo, e questo ti porta disgrazia. Alla tua et, sbattere contro una porta!
"- Contro un muro, forse.
"- No, no, - gli ho detto - io credo che sia stato contro una porta... Mi sembra di capire, dalla forma del bernoccolo... Con la tua solita distrazione, ti sarai fatto sbattere una porta in faccia... Sai, - ho concluso - che finir col credere a quel che si racconta, che per distrazione una volta tu ti sia ficcato sotto un letto?
"Egli ha riso, pover'uomo. Povero caro uomo! Ha un cos buon carattere; si pu fargli e dirgli tutto ci che si vuole, basta saperlo prendere. Sapete che potrebbe essere mio padre, vero, Alessio Petrovic?
- Infatti, vostro padre... - dice Tvorogov affettando grande seriet. Ma non pu aggiunger altro, e questa volta starebbe per strangolarsi, inghiottendo in un movimento spasmodico un angolo del proprio fazzoletto, se...
Mentre accade tuttoci, la porta si socchiude, e viene annunciato il signor Bobinitcin.
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Capitolo 29.
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- Buon giorno, Micail Pavlovic; che fortunata combinazione! - disse Glafira, porgendo la mano a Bobinitcin. (Aveva ella stessa mandato al giovane due righe, per invitarlo quel giorno). - Il signor Bobinitcin, il signor Tvorogov: permettete che vi presenti l'uno all'altro; siete fatti per intendervi, essendo tutt'e e due perfetti gentiluomini.
- Credo di conoscere gi il signore - disse Bobinitcin, salutando seccato.
Tvorogov si inchin.
- Non fate il ragazzo! - disse sottovoce Glafira a Bobinitcin. - Voi sapete bene perch vi ho fatto venire qui. Egli  l sotto - aggiunse, mostrando col dito sotto il divano. - Ora rideremo, ma dobbiamo anche essere veramente di buon umore.
- Sia - disse Bobinitcin, tendendo la mano a Tvorogov.
Glafira li fece sedere sul divano e prese posto in mezzo ad essi.
- Immaginatevi, - cominci - immaginate, Micail Pavlovic, che ho perduto mio marito.
- Bah!
- Come! Bah!?  questo tutto ci che mi dite per consolarmi? Non trovate proprio altro?
- Ma veramente... siete sicura...
- Io consigliavo alla signora - interruppe Tvorogov - di cercare sotto i letti; ma ella non mi vuol dar retta e...
- Tacete un po', mala lingua - disse Glafira dando al giovane un colpetto sulla mano.
- Ah, anche il signore conosce dunque la famosa storia? - domand Bobinitcin.
- S, s, s... - disse Tvorogov, scosso dalle risate - se la conosco... c'ero... anch'io... la conosco fin troppo...
In quel momento, si ud un leggiero rumore sotto il divano. I tre compari si sogguardarono.
- Come? - chiese Glafira, con fare civettuolo - voi, Alessio Petrovic! Confessate, via, che non c' poi tanto da vantarsi, ad avere una avventura simile!
- Io confesso... io confesso che ero in ben cattiva compagnia! Certo, darei molto per vedere il vostro vecchio barbone...
- Oh! - esclam Glafira, colpita.
- Scusate, volevo dire Ivan Andreic. Ebbene, dicevo che darei molto per rivederlo nella stessa posizione, sotto un letto, oppure sotto un... sotto un divano.
- Per esempio, sotto un divano come questo - conferm Bobinitcin.
- Proprio cos, proprio cos; sotto un divano come questo - disse Tvorogov, abbassandosi per sollevare le frange del divano del quale stavano parlando.
Si ud un rumore, come di qualcosa che si trascina, sul pavimento.
- Pensate - riprese Tvorogov - che il letto sotto il quale confesso che noi due eravamo non era molto pi largo di questo divano. Ivan Andreic se ne stava prono...
- Ah, il disgraziato! - sospir Glafira; - ma... ma no, non  possibile, non voglio credere che...
- Tuttavia, - insinu Bobinitcin con una punta d'ironia - se il signore era presente...
- E pensate che un cagnolino venne a mangiargli il naso... s, s, proprio come dico io... come faccio adesso, cos... - e Tvorogov aggiunse alle parole gli atti, poich si mise ginocchioni, passando la mano sotto il divano; - il cagnolino abbaiava furiosamente, cos...
E Tvorogov si mise a fare bu! bu! bu, curvandosi quasi fino a terra, contro il divano. Glafira e Bobinitcin temettero di morire dal ridere.
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Capitolo 30.
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Certo, quello sarebbe stato il momento adatto perch Ivan Andreic mettesse fine alla scena; egli non poteva pi dubitare che la sua presenza sotto il divano fosse conosciuta.
Egli non avrebbe avuto di meglio da fare, in quel momento, che alzarsi con un viso estremamente severo, da uomo che, almeno in casa propria, ha il diritto, quando gli sembra il caso, di stendersi sotto i letti, e, perch no?, anche sotto i divani.
Avrebbe pregato il signor Bobinitcin e il signor Tvorogov di voler andarsene sveltamente ed avrebbe mandato Glafira da sua madre.
Ma Ivan Andreic era incapace di queste energiche decisioni. In quel momento, d'altra parte, la paura e la vergogna gli toglievano qualsiasi possibilit di aver la padronanza degli avvenimenti.
Non pot neppure tenersi cheto, con la speranza non troppo motivata che i suoi carnefici si contentassero di avergli fatto paura e che non spingessero pi oltre la loro crudele burla.
Tvorogov si risedette: d'un tratto, Bobinitcin cess di ridere.
- Fa molto caldo, qui - disse strizzando l'occhio a Glafira. - Se ci avvicinassimo alla finestra?
Glafira non pot rispondere. Ella intu l'intenzione di Bobinitcin, e il riso le tronc la parola.
- Perdiana, - disse Tvorogov - non mi piace stare in piedi... se... trasportassimo il divano presso la finestra?... La signora  contenta?
Glafira si alz senza dir parola.
Tvorogov e Bobinitcin presero il divano dalle due estremit e lo sollevarono un poco, per trasportarlo dall'altro lato della stanza.
Glafira si aspettava di vedere il suo povero marito steso per terra, al posto lasciato libero dal divano; ma, quale fu la sua meraviglia, quando si accorse che non vi era nessuno!
Soltanto, si ud qualcosa trascinarsi per terra, in modo intermittente e soffocato, qualcosa che doveva essere, a giudicare dal rumore, una suola di scarpe, oppure due suole...
- Che cosa accade? - disse Bobinitcin - che cos' questo rumore? Signora, credo che il vostro divano abbia bisogno di qualche riparazione. Vi si sente qualcosa di rotto: non sentite, che si trascina? Ascoltate.
E Bobinitcin, che verosimilmente tiene il divano dalla parte sotto la quale Ivan Andreic ha la testa, si mette a scuotere il mobile come se fosse un pruno. Tvorogov, soffocato, non ne pu pi dal ridere, apre le mani, il divano cade, e col divano il marito aggrappato sotto.
Un gemito, poi qualcosa come l'urto di un cranio.
Senza gli spessi tappeti che lo smorzano, il colpo avrebbe potuto aver disastrose conseguenze. Fu sollevato il divano, sotto il quale si trov Ivan Andreic svenuto.
 inutile dire che, dopo questo scandalo, Ivan Andreic dovette separarsi dalla moglie, alla quale, per sentenza del tribunale, fu costretto a pagare una pensione annua di centomila rubli.
 CONCLUSIONE
La gelosia!
"Otello non  geloso!" ha detto Pusckin. Questa osservazione denota tutta la profondit di spirito del nostro grande poeta.
Infatti, Otello  soltanto turbato perch non trova pi il suo ideale. Ma non si nasconde, non espia, non ascolta alle porte. Ha fiducia. Sono occorse molte insinuazioni, molte punture di spillo, per condurlo al sospetto.
Un vero geloso non agisce cos.
Non si pu immaginare la vergogna morale e la bassezza nella quale precipita, senza che la sua coscienza lo rimorda di nulla, un geloso. Non che egli sia necessariamente di animo vile e banale, tutt'altro! Un cuor nobile, un amore puro, una devozione vera possono benissimo nascondersi sotto le tavole, pagare dei pedinatori, spiare, vivere in questo fango dello spionaggio.
Otello non poteva neppure pensare ad un tradimento: non parlo di perdonare: semplicemente sopportare. Tuttavia la sua anima  ingenua e schietta come quella di un fanciullo.
Il suo non  dunque un vero caso di gelosia: poich nella gelosia sono possibili infinite complicazioni o compromissioni. Sono i pi gelosi quelli che perdonano pi in fretta, e le donne lo sanno benissimo: essi possono, dopo una scenata quasi tragica, perdonare un tradimento quasi evidente, quasi flagrante; perdonano le strette, i baci che non han visto coi loro occhi, dicendo per consolarsi che il rivale forse se ne andr "nell'altra parte del mondo"; oppure conducono la donna "in un posto in cui il rivale non potr pi incontrarla".
 inutile dire che la riconciliazione dura un'ora, perch non appena il rivale sparisce, il geloso se ne inventa un secondo.
Orbene, che cosa vale un amore che non pu far a meno di spiare e far spiare? Ma un vero geloso non capir mai questa domanda.
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Fine.
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IL LADRO ONESTO.
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Capitolo 1.
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Una bella mattina, mentre mi preparavo per andare al mio ufficio, vidi entrare Agrafena, che  la mia cuoca, la mia stiratrice e la mia cameriera nello stesso tempo.
Entr, dunque, e con mio sommo stupore si mise a conversare con me, come se fosse l'ora pi adatta per farmi perder del tempo.
Agrafena era da me conosciuta come persona taciturna. Basti dire che in sei anni - cio da quando era al mio servizio - non avevamo mai scambiato una sola parola al di fuori di quelle relative al mangiare quotidiano ed alla biancheria: oltre a ci, mai una conversazione era sorta fra noi.
- Ho una commissione da fare per voi, signore - mi disse. - Non potreste, per caso, cedere, affittare una delle vostre stanze?
- Quale stanza?
- Lo sapete pure: quella vicino alla cucina.
- E perch dovrei cederla?
- Perch vi sono tante persone che prendono dei pensionanti... credo che non vi sia bisogno di pensare al perch...
- E questo signore al quale dovrei affittare una camera sarebbe...?
- Un inquilino!
- Ma, vecchia mia, non ti sei accorta che non vi  neppure il posto per un letto, che la stanza  troppo stretta, e che nessuno mai potr trovarvi comodo alloggio?
- Non si tratta di alloggiarvi, signore; bens semplicemente di trovarvi posto sufficiente per dormire. Il giorno, l'inquilino star presso la finestra.
- Presso quale finestra?
- Gi, come se voi non sapeste di che finestra parlo! Dico la finestra dell'anticamera. Si potr mettere l a cucire o a far qualcos'altro, perch possiede una sedia, una tavola e tutto quel che gli pu occorrere.
- Che tipo , questo inquilino che mi proponi?
- Oh, una persona veramente ordinata e ammodo! Penser io a cucinargli il pranzo, e mi dar tre rubli per il vitto e per l'alloggio.
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Per sapere quel che ora aggiungo, dovetti fare una fatica che voglio risparmiare al lettore. Dunque, ecco come si erano svolte le cose:
Un uomo gi in avanzata et aveva convinto Agrafena a tenerlo come inquilino ed a preparargli i pasti. Ora, Agrafena doveva convincere me, e non era possibile che non vi riuscisse.
 bene infatti sapere che quando Agrafena si pone nella testa una cosa, questa cosa deve assolutamente accadere: la sua mente non ammette possibilit di insuccesso.
Io so questo per esperienza e sono altrettanto certo che, se tutto non va a seconda, perdo la tranquillit, fino a quando non l'ho accontentata.
Come pu ottenere tanto? Oh, in modo assolutamente insolito. Non che sia sgarbata con me, o che insista a parole: no: ella agisce con mezzi pi indiretti.
Allorch una cosa non  della sua idea, oppure una cosa di sua testa non le  permessa, ella cade in uno stato di profonda melanconia, e vi rimane non meno di una quindicina di giorni; talvolta di pi. Durante questo periodo patologico, ella cucina distrattamente, salando poco o troppo i cibi, lasciandoli bruciare, usando tutti gli ingredienti in misura sbagliata; mi fa mancare la biancheria, particolarmente la domenica, in modo da costringermi ad andare attorno con la camicia sudicia o peggio; infine, non pulisce il pavimento, non rif il letto che a tarda sera, sbatte le porte...
Ma credo che il quadro sia abbastanza completo. Dunque, il lettore si  convinto che resistere a questa donna non  facile, per non dire che  impossibile.
Agrafena  avara di parole, l'ho detto;  incapace di prendere una risoluzione da se stessa o di concepire una sua idea personale; forse appunto per questo, quando, caso raro, qualche cosa che pu assomigliarsi ad un'idea o ad una risoluzione le germoglia nella testa, non  possibile contraddirla, ch altrimenti si correrebbe il rischio di farle commettere un suicidio... morale.
Per tutte queste considerazioni, essendo io soprattutto amante della mia pace, pi che della mia solitudine, ho consentito alla sua improvvisa domanda, senza altre obbiezioni.
- Ma... se non altro, ti sei accertata che abbia le sue carte in regola? - ho chiesto tuttavia, perch so che si domanda sempre queste cose, ed anche per un vago timore della polizia, dovuto al fatto che non ho mai avuto a che fare con la giustizia.
- Certo, certo...  un uomo ordinatissimo, del resto lo vedrete... ed ha promesso di pagare tre rubli per ogni mese.
Quest'ultimo argomento pareva ritornare con particolare insistenza nella mente primitiva di Agrafena.
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Capitolo 2.
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L'indomani stesso, il nuovo inquilino propostomi da Agrafena fece il suo primo ingresso nel mio modesto appartamento da scapolo e, debbo dirlo, ben lungi dall'esserne spiacente o seccato, fui, anche se non lo dimostrai, molto contento di ci.
Io solitamente vivo come un eremita, non scambio parola che con pochissima gente ed esco ben di rado. Da dieci anni la mia vita non  diversa, e naturalmente, un poco alla volta, mi sono avvezzato alla mia solitudine.
Ma ognuno capisce che dieci o quindici anni di questa vita, con la sola compagnia della donna-a-tutto-fare Agrafena, in un piccolo appartamento da scapolo, non  una maniera di vivere, manca di ogni attrattiva.
Perci, data tale situazione, ero in fondo in fondo ben disposto ad accettare come una manna mandatami dal cielo un ospite soprannumerario, che non turbasse tuttavia la mia tranquillit.
Come risultava anche dalle sue carte, il mio inquilino era un militare in congedo illimitato, munito di una piccola pensione.
Non and molto, che diventammo familiari l'uno all'altro, anche perch egli sapeva un monte di aneddoti, e li sapeva raccontare con vivacit; si trattava specialmente di fatti da lui stesso veduti, o dei quali era stato addirittura protagonista.
Data la mia vita monotona, senza un avvenimento a pagarlo, era una vera fortuna che mi fosse capitato in casa un narratore: se non altro avrei sentito raccontare dei fatti, anche se non li avrei vissuti.
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Un giorno ero rimasto a casa mia.
D'un tratto, sento un passo, come di qualcuno che cammini nell'anticamera; apro la porta e vedo davanti a me un forestiero il cui aspetto non aveva nulla di particolarmente imponente e che, nonostante il freddo autunnale - eravamo in autunno gi avanzato - vestiva un abito molto leggiero.
- Che cosa fate qui, voi?
- Cercavo... Alexandrov, l'impiegato Alexandrov... Non abita pi qui?
- Qui non c' nessun Alexandrov, amico; andatevene subito, prima che...
- Ma... pure... la portinaia mi ha detto che... - balbett il forestiero, battendo per in ritirata, per misura precauzionale.
- Ti dico di andartene! - esclamai io minacciosamente, accennando a spingerlo fuori.
L'indomani nel pomeriggio, Astasi Ivanovic stava provandomi un vestito, che doveva rivoltare - non vi ho detto che il mio nuovo inquilino era sarto di professione? - quando si ud che qualcuno entrava in anticamera.
Spinto da un presentimento, mi affrettai ad aprire la porta.
Era l'uomo del giorno prima. Egli afferr con tutta tranquillit uno dei miei vestiti dal porta-abiti, se lo mise sotto il braccio e... e in un baleno fu fuori, dopo aver volato per le scale, saltando i gradini a quattro a quattro.
Agrafena, a bocca aperta, mi guardava e non si muoveva, non faceva nulla per tentare di salvare il vestito.
Astasi Ivanovic invece si slanci gi per le scale, all'inseguimento del ladro; ma dopo dieci minuti torn ansante e con le mani vuote, disperato.
-  sparito!  scomparso come la nebbia al sole! - esclam entrando.
- Per fortuna ci ha lasciato il mantello, caro Astasi Ivanovic, altrimenti saremmo costretti ad uscir di casa senza di che coprirci.
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Capitolo 3.
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Astasi Ivanovic era rimasto cos stupefatto nel vedere quella scena, e quel che ne era seguto, che io dimenticai il furto patito per osservare soltanto l'effetto prodotto dal furto stesso sul di lui viso.
Egli non si riaveva dallo stupore. Ogni tanto, e senza alcun apparente motivo, interrompeva il suo lavoro; ogni momento si rimetteva a narrare da capo come fosse accaduta la cosa: come fosse stato possibile che, lui presente, il ladro avesse potuto impadronirsi del vestito, quasi sotto il suo naso, come il ladro si fosse salvato e come infine egli, Astasi, non avesse potuto, malgrado tutta la propria buona volont, raggiungerlo.
Dopo di che, si rimetteva al lavoro, e poi smetteva di nuovo, per andare dal portinaio a narrargli come eran avvenute le cose, a schiacciarlo sotto i pi aspri rimproveri, a dirgli che avrebbe dovuto sorvegliare un po' meglio la porta e la gente che andava su e gi.
Quando poi tornava, se la prendeva, in mancanza di altri, con la vecchia Agrafena, e le diceva, caso rarissimo, cose assolutamente spiacevoli.
Infine, dato sfogo a quel che aveva in corpo, riprendeva il suo lavoro, non senza aver prima borbottato a lungo, e non senza seguitare a fare altrettanto, continuando sempre allo stesso modo il suo brontolio, che era poi una ripetizione del racconto:
"Sicuro, il ladro era l, io ero qui, e proprio sotto il naso, sotto il mio naso, non c' che dire... Ha fatto due passi, non di pi... ha tolto l'abito dall'attaccapanni e via!".
Era del resto la sua abitudine, quella di brontolare, anzi di grugnire, come poteva pi esattamente esser chiamata.
Nei giorni seguenti, non rifin pi di ripetere il racconto che ho gi fatto, e che il lettore ormai conoscer a memoria; ma io non glielo facevo ripetere per conoscerlo meglio, bens per il tono con cui egli lo diceva.
Una sera, fra le altre, offrendogli il t, gli dissi:
- Astasi, quell'uomo, bisogna riconoscerlo, perch quel che  giusto  giusto, ci ha giocato un vero tiro.
Fu come se avessi dato la stura ad una bottiglia di spumante; e ne avevo bisogno, perch quella sera era molto annoiato, e fargli ripetere il racconto dell'abito rubato costituiva per me una prospettiva delle pi comiche. Invece...
- S, signore, - disse Astasi, in risposta alle mie parole - s, quell'uomo, non c' che dire, ci ha giocato un tiro maestro, ma io certo non mi congratulerei con lui, se lo incontrassi...
"Sono molto spiacente che vi sia capitato questo incidente; sto per dire che quasi quasi sento freddo al posto vostro, sebbene non il mio vestito sia stato rubato, bens il vostro... Secondo me, non c' dubbio, il mestiere del ladro  uno dei pi repugnanti, e quella del rubare una vera cancrena sociale, se mi si permette il termine...
Io vedevo le cose da un punto di vista pi personale, e perci osservai:
- Astasi Ivanovic, avete ragione, non vi  mestiere pi repugnante, e quella del furto  una piaga ecc...; ma quel che mi d fastidio  che quell'abito sia stato portato via, ecco tutto: avrei preferito, oh s, senza dubbio, avrei preferito che l'abito fosse stato bruciato... Non dovrebbe accadere che i nostri simili si impadronissero di ci che ci  costato fatica.
- E d'altra parte, che cosa volete farci?  possibile mettere un rimedio a tutto ci? N dovete credere che dipenda, nel maggior numero dei casi, dalla povert...
"E poi, non  detto che tutti i ladri si rassomiglino. Io, che vi sto davanti, per esempio, una volta nella mia vita, non pi, mi sono imbattuto in un ladro... in un ladro onesto.
- Un ladro onesto!? Come  possibile che un ladro, soltanto per il fatto che viene definito cos, sia onesto? Che cosa state dicendo mai, Astasi Ivanovic?
- Avete, ragione, di solito ladri onesti non ne esistono; voglio per affermare che il mio individuo, pur essendo un ladro, non era per questo uomo indegno di stima; eppure, gli accadde di commettere un furto.
- E come avvenne questo fatto, Astasi Ivanovic?
- Fu circa due anni fa...
Astasi Ivanovic mi raccont la storia del ladro onesto. Siccome ormai egli ha la parola, prendo commiato dal lettore.
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Capitolo 4.
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Fu circa due anni fa, quando ero disoccupato, raccont Astasi Ivanovic.
Feci il suo incontro, e due buoni bicchierini di vodka suggellarono la nostra amicizia.
Tempo addietro egli era stato impiegato in non so quale ufficio, ma ben presto ne era stato scacciato a causa della sua vita disordinata, che si rifletteva nel suo lavoro.
Vestiva come gli capitava, e accadeva pi volte che io avessi la curiosit di sapere se sotto la palandrana aveva la camicia...
Quel che guadagnava andava tutto all'oste, perch egli era bevitore incorreggibile; ma in compenso era un buon camerata, di carattere tranquillo anche quando aveva bevuto, facile ad accondiscendere al parere altrui, proclive alla pace.
Mi legai a lui d'amicizia, o per meglio dire egli si leg a me, si appiccic a me, ed io non ebbi nulla di contrario, perch non mi dava disturbo esagerato, e la cosa mi era pertanto indifferente.
Mi seguiva dovunque come un vero cagnolino fedele, e non and molto che dovetti pensare a dargli un ricovero per la notte... una cuccia, insomma.
Poich le sue carte erano perfettamente in regola, e quindi sarei stato sicuro di non aver fastidi, lo feci coricare nella mia stessa camera, almeno per una sera.
L'indomani sera, fummo da capo, e dovetti ripararlo di nuovo dalla pioggia; venne il terzo giorno, e siccome il tempo era bello, non pensai ad offrirgli di dormire nella mia camera; ed egli rimase tutta la notte presso la finestra, come un cane, vi ripeto!
"Ormai, egli si  appiccicato a me come una sanguisuga..." pensai; "qui bisogner che io pensi a dargli da mangiare e da bere, oltre che da dormire!".
Era davvero una bella faccenda. Un povero diavolo come me, accollarsi un... mantenuto.
Per debbo aggiungere che, prima di attaccarsi a me, il degno amico si era attaccato ad un altro, e forse ad un altro ancora; avevano bevuto insieme, ma il mio camerata aveva trincato tanto, che una sera me lo trovai ubriaco fradicio.
Non vi ho detto che il mio amico si chiamava Emilio, Emilio Ilic, per la precisione.
Penso e ripenso dentro di me: ed ho piet di quel povero uomo, cos abbandonato, senza nessuno che gli usi misericordia fuorch il buon Dio!
Infine, egli  parco di parole, non chiede mai nulla, si siede dirimpetto a me, dall'altra parte della stanza e rimane l a guardarmi, spalancando tanto d'occhi come farebbe un gatto soriano.
Ecco i tristi effetti dell'ubriachezza, che fa perdere tanti uomini.
Dentro di me, mi chiedevo: "Come debbo comportarmi con lui? Infine, basterebbe che gli dicessi: Amico mio, mio piccolo Emilio, cerca di non metter pi piede in questa casa, perch non guadagnerai nulla a venirci, io non sono l'uomo che fa per te. Presto, troppo presto, ahim, non avr pane a sufficienza per me; come  possibile che allora possa mantenere anche te?".
S, ma che cosa sarebbe accaduto se io gli avessi tenuto un discorso cosiffatto? Mi pareva di vederlo. Egli si sarebbe messo a guardarmi, a lungo, senza smettere, perch forse non avrebbe neppure capito una parola di quel che gli avrei detto...
Ma ad un tratto, nel suo cervello si farebbe strada un po' di luce, egli afferrerebbe l'idea, prenderebbe il suo sacco tutto buchi, rappezzato, scolorito, che si trascina sempre dietro e che Dio solo sa che cosa contiene... si rinvolterebbe ben bene nel suo mantellaccio misero e stracciato, che pure egli sa tanto bene avvolgere attorno al proprio corpo, in modo da nascondere le toppe e i buchi, e da trovarsi cos un po' al caldo...
Gi, perch egli era molto freddoloso... Gli sarebbe spuntata una lacrima fra ciglio e ciglio, aprirebbe la porta, scenderebbe le scale lentamente...
No, non mi era possibile rovinare cos un uomo come quello!
E allora dissi di nuovo tra me:
"Ecco che cosa gli debbo dire: Mio piccolo Emilio, se non te ne vai di qui, non potrai per, rimanendo, fare il fannullone come hai fatto sinora, altrimenti io slogger in ventiquattr'ore e far in modo che tu non conosca il mio nuovo indirizzo".
E cos avvenne.
Ma mentre stavo per partire, il mio padrone Alessandro Filippovic, che ora  morto, e il Signore abbia l'anima sua, Alessandro Filippovic dunque mi disse:
"Astasi Ivanovic, sono stato molto contento di te, davvero, e al ritorno della mia famiglia dalla villeggiatura, non ti dimenticheremo e ti riassumeremo al nostro servizio".
Poich  bene sapere che un tempo ero stato cameriere in casa sua, ma poi ne ero venuto via per migliorare...
Ah, che buon padrone era mai quello; peccato che sia morto pochi mesi fa; quando appunto son venuto in casa vostra, e son diventato vostro locatario.
Avevo da parte un po' di denaro ancora, quello col quale contavo di mantenermi ancora per qualche tempo, se avessi continuato a rimanere disoccupato e pensai:
"Voglio godermi un po' di riposo, prima di rimettermi al servizio di Alessandro Filippovic. Ora cercher un piccolo alloggio, e far per qualche tempo la vita del beato fannullone...".
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Capitolo 5.
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Detto fatto, trovai quel che mi andava bene presso una vecchia, che aveva libera soltanto una cameretta, quel che faceva per me.
La buona vecchia era stata lungo tempo governante in una casa principesca, ed ora viveva sola soletta del ricavato di una piccola pensione assegnatale dai suoi padroni di una volta. Per arrotondare gli introiti, affittava una delle due camere che costituivano il suo modesto alloggio...
Una sera, nel rincasare, dopo esser stato a far visita ad un mio amico, trovo in anticamera...
Indovinate un po' chi trovo! Semplicemente e puramente Emilio, Emilio Ilic, non un altro.
Era l seduto sull'unica sedia, con a lato il suo famoso sacco, avvolto nel mantello ormai leggendario, e aspettava imperturbabile, chi sa da quante ore, perch ero rimasto assente da casa tutta la giornata.
A furia di aspettarmi, aveva dovuto finir per coll'annoiarsi, e la mia vecchia padrona gli aveva prestato un libro, un libro di preghiere, che egli aveva letto dal titolo fino all'ultima riga dell'indice.
Come mai aveva scoperto la mia dimora?
Mi cascaron le braccia, capii che non vi era pi nulla da fare contro il destino. Una sola domanda mi tornava continuamente davanti: perch non l'avevo allontanato da me fin dal primo momento, fin da quando l'avevo conosciuto?
- Emilio Ilic, - gli domandai - hai almeno con te i tuoi documenti?
Dopo di che mi sedetti anch'io, sulla valigia, e mi misi a riflettere alla situazione
"Vediamo" pensai; "questo vescicante deve continuare per un pezzo a darmi fastid? No, ma... bisogna pure che metta qualcosa nel ventre... si capisce che ha fame, povero diavolo. Ebbene, sia... Un tozzo di pane ogni mattina, una rapa o due la sera, un bicchiere di birra e un tozzo di pane, ammesso beninteso che mangi pane. Di quando in quando, vi sar una buona zuppa di cavoli, e ne potremo mangiare entrambi in modo da saziarci.
"In quanto a me, non sono un gran mangiatore, e lui, dato che  un ubriacone, non deve mangiare esageratamente, perch lo si sa, che gli ubriaconi sono poco mangiatori: l'importante  che abbiano sempre davanti il bicchiere colmo.
"Ma  proprio questa, del bere, la faccenda che ci metter entrambi sul lastrico".
Penso tutte queste cose, le trovo giuste, e finisco con concludere che se avessi respinto Emilio non avrei pi avuto felicit sulla terra, per tutta quanta la vita.
Dato che le cose sono cos, decisi di diventare il suo protettore.
"Voglio", dico dentro di me "proteggerlo dalla caduta nel male; e a questo scopo far tutto il possibile per fargli perdere il vizio del bere."
E gli dico:
- Sta' qui, sta' qui, Emilianuska! Sta' pur qui, con me, ma basta di non andar contro i comandamenti!
E fra me aggiungo:
"A poco a poco, con dolcezza, gli infonder l'amore del lavoro. Non dovrebbe riuscirmi impossibile. Gli far capire la mia buona volont. S, cercher di intuire quale pu essere la tua mansione, studiando le tue abitudini. Poich  necessaria una tendenza naturale per fare qualsiasi cosa... Lo vedo, lo vedo, Emilio, che ora sei in una situazione disperante...".
E comincio subito a dirgli parole buone:
- Emilio Ilic, bada un po' alla tua situazione, vedi a che punto sei arrivato... Finora, hai trascorso la vita oziosamente; ma ora non ti pare che basti? Che sia ora di cambiare sistema? Andiamo, prnditi la briga di guardarti un po' nello specchio: vedi? Cammini senza scarpe, e del tuo vecchio mantello non si pu ormai fare che uno straccio per asciugare le stoviglie...
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Capitolo 6.
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Emilio stava seduto davanti a me, mi ascoltava, abbassava gli occhi.
Che credete, signore? Io penso che egli, a furia di bere, avesse finito con l'inghiottire anche la propria lingua, e che non fosse perci possibile trarre dalla sua bocca una parola ragionevole.
Mi accorsi che piangeva.
- Perch piangi, Emilio Ilic?
- Ecco, ti dir... Astasi Ivanovic...  un fatto molto strano... Ora te lo racconter...
"Vi erano due donne che se le davano... sulla strada... Una per isbaglio aveva urtato il paniere dell'altra... un paniere che era pieno di patate... e le patate erano cadute e si erano sparse per terra...
- Ebbene, e dopo, che avvenne?
- Dopo? Ah, gi! Dopo, l'altra, quella che aveva il paniere, lo ha posato per terra e si  messa a schiacciare le patate coi piedi, cos...
- Bene... E infine?
- Infine... non vi  pi nulla da raccontare, Astasi Ivanovic. Ti volevo raccontare semplicemente quel che ti ho raccontato.
- Ah, mio piccolo Emilio, io penso che tu ti sia bevuto anche quel po' di ragione che ti eri avanzato...
Ma egli riprese:
- Ero sulla strada di Gonciakov... no, ora che ci penso, su quella di Sadowa... Un signore ha fatto cadere un rublo per terra... certo inavvertitamente... Un contadino lo vede, ed esclama:
"-  la mia fortuna!
"- No, afferma un altro,  la mia, l'ho visto prima di te.
"Sicuro, dicevano proprio cos.
- E dopo? Che cosa  accaduto? Come  andata a finire?
- Dopo, i due contadini si sono accapigliati;  accorso un agente di polizia, che ha tolto loro il rublo conteso e lo ha restituito al signore, poi ha trascinato i due contadini al posto di guardia.
- Ecco un fatto molto interessante, davvero molto interessante, mio piccolo Emilio.
- La gente rideva...
- Ol, ol! Povero Emiliuccio mio, mi sembra che tu non ne abbia proprio pi da raccontare... Sai che cosa debbo dirti?
- Che cosa mai, Astasi Ivanovic?
- Che  necessario che tu trovi una qualsiasi occupazione, e che infine tu abbia un po' di piet per te stesso. Quella di trovarti un posto, sar la centesima volta che lo dico.
- Che lavoro vuoi che io possa fare? Chi vuoi che si prenda me al suo servizio, Astasi Ivanovic?
- Perch mai ti hanno scacciato dall'esercito, ubriacone che non sei altro?
- Come vuoi che io lo sappia... A proposito, Glass, il taverniere, oggi  stato chiamato dalla polizia...
- E perch lo hanno chiamato, mio piccolo Emilio?
- Non ne so nulla. Forse alla Polizia qualcuno aveva alcunch da dirgli e lo han fatto chiamare per non scomodarsi...
- Ah, - feci - mio piccolo Emilio, in che stato sei ridotto!
Che cosa potevo fare di un uomo conciato a quella maniera, che non ragionava pi, quasi? Eppure, era una canaglia non priva di malizia.
Ricordo ancora: quando io mi stizzivo, e lo coprivo di rimproveri, egli cominciava a fare il suo fagotto, si avvoltolava nel misero mantello, varcava la porta e rimaneva fuori tutto il giorno, per rientrare a notte fatta, ubriaco fradicio.
Chi gli aveva dato il denaro necessario per bere? Dio solo lo sa; quanto a me, ero innocente.
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Capitolo 7.
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Il mio Emilio stette tranquillo due giorni; ma il terzo non ne pot pi, ed evase.
Aspetta aspetta, egli non tornava. Dov'era mai andato a cacciarsi il miserabile?
Pensavo che egli avrebbe finito col perdersi, mio Dio.
Venne la notte, ma Emilio non venne; e al mattino, quando aprii la finestra di casa, lo trovai sulla soglia disteso, tutto intirizzito dal freddo patito.
- Che Dio ti aiuti! Ma come va che sei cost?
- Ecco, senti, caro Astasi Ivanovic... Tu ti sei stizzito con me, hai anche minacciato di farmi dormire sul pavimento... perci io ho preferito rimanere qui...
- E tutto questo  ci che mi volevi dire? Non ti pare di aver nulla di meglio da fare, che montare la guardia dinanzi alla mia porta?
- Che cosa vuoi mai che io faccia, Astasi Ivanovic?
Sentivo la collera bollire in me.
- Anima perduta che non sei altri, - gridai - non sai neppure il mestiere di sarto? Ma guarda una buona volta il tuo mantello: non ti sembra esageratamente pieno di buchi e coperto di macchie? Deve ancora servirti per asciugare la mota dalle strade? Dammi almeno un ago, che io lo rattoppi! Hai inteso quel che voglio da te, ubriacone?
Voi ora sarete curioso di sapere quel che fece allora. Ve lo dico subito.
Prende in mano un ago. Avevo parlato per ischerzo, ma egli aveva inteso per davvero, ed era inquieto della propria incapacit.
Si tolse il mantellaccio dalle spalle; ma non riusciva ad infilare l'ago. Capite, con le mani arrossate e intirizzite, gli occhi lacrimosi, non riusciva a tener bene nelle mani tremanti l'ago e il filo, e inutilmente si agitava, si dimenava, bagnava il filo, lo torceva fra le dita. Il filo non voleva entrare nella cruna.
Infine, lo gett e si mise a guardarmi negli occhi, come era sua vecchia abitudine.
- Ah, che Dio ti aiuti, caro Emilio Ilic! Dato che non sei capace neppure di fare il sarto, rimnti tranquillo, non far il male, non coricarti pi a ridosso della scala e non mettermi nella condizione di vergognarmi di te.
- Oh, s, non ditemelo pi che sono ubbriacone! Lo so da me, che non valgo un soldo e che faccio stizzire il mio benefattore, il mio protettore!
Come tremavano le sue labbra! Una lacrima alla fine cadde sul suo viso pallidissimo e and a perdersi nella barba ispida che gli copriva il mento; poi, ecco, egli si rimise a piagnucolare come prima, senza smettere un istante.
- Ah, mio Dio, - dissi ad un tratto - mi sembra di ricevere una pugnalata nel petto!
Poi pensai:
"Sono un uomo dal cuore ben fragile!".
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Capitolo 8.
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A che scopo, del resto, signor mio, raccontarvi quel che avvenne in sguito? Questa faccenda, nel suo insieme, a ben valutare, non vale la spesa di troppe parole e, se anche mi deste due copechi, sarebbero troppi...
Pure, se io fossi ricco, darei tutto il mio denaro perch non fosse accaduto nulla di quel che vi racconter ora.
Dunque...
Dunque, io avevo un largo paio di calzoni azzurri, calzoni famosi, che il diavolo mi porti!
Mi erano stati ordinati da un ricco fittabile, il quale poi si era rifiutato di prendermeli e di pagarmeli, col pretesto che eran troppo stretti: forse egli aveva ragione: ma era colpa mia se, mentre io li confezionavo, egli era ingrassato?
Bene; mi era toccato tenermeli.
" un buon capo di vestiario" pensai per consolarmi; "al primo mercato di abiti usati, lo potr certamente vendere per non meno di quattro rubli. Se viceversa non mi sar possibile fare questa vendita, avr sempre in casa mia tanta stoffa da tagliare due paia di calzoni per qualche signore di Pietroburgo, che me li pagher a usura".
Cos pensavo io, ed intanto il mio Emilio, il mio... cliente, passava visibilmente un brutto quarto d'ora.
Infatti, un giorno egli non bevve, un altro giorno fece altrettanto, il terzo giorno idem: poveretto, non trovava nulla per bagnarsi il becco: ci gli dava un aspetto melanconico, che provocava la piet, se non il riso.
"Guarda guarda", pensavo "sembra che il mio Emilio non abbia trovato neppure un copeco, oppure che abbia finito col ragionare e col capire che  ormai ora di essere saggio".
Eravamo giustappunto alla vigilia di un grande giorno. Tornavo dai Vespri, quando vidi rientrare Emilio, il quale era rimasto fino ad allora seduto sul davanzale della finestra, ed era cos ubriaco, da reggersi a fatica.
Non so che cosa mi occorse di cercare, fatto  che aprii l'armadio e... dov'erano i calzoni?
Cerco, frugo, metto sottosopra tutto, mi stizzisco, vado a chiamare la vecchia e commetto la bestialit di accusarla di furto, senza pensare neppure per un secondo ad Emilio, bench io intuisca che lui, solo lui pu aver fatto il colpo.
- Che Dio ti perdoni, signorino mio, - mi afferma la vecchia - che cosa vuoi che io possa fare dei tuoi calzoni? Credi forse che io li abbia indosso?
- Chi  venuto mentre io non ero in casa?
- Nessuno  venuto. signorino mio, sono stata sempre qui sola come al solito. Emilio Ilic  uscito e poi  rientrato or ora. Ecco, domandagli se non  vero.
- Hai preso forse tu quei famosi calzoni azzurri, per farne qualche cosa... sai, quei calzoni azzurri che feci per quel fittabile...? - chiesi ad Emilio.
- Io!? Io no, Astasi Ivanovic... io non ho preso nulla. Ecco un caso davvero strano.
E io ricominciai a cercare, a frugare, a mettere sossopra la casa. No, non trovavo niente.
Emilio rimase seduto, studiandosi di non cadere, tanto era fradicio.
Io scesi dal mio banco, mi avvicinai a lui, e lo guardai di traverso.
"Ah, ah," pensai; e sentii il cuore balzarmi in petto, e il sangue salire al cervello.
Emilio mi guard.
- No, - rispose - no, Astasi Ivanovic, io non ho... voi credete forse che io abbia... ma io non ho, io non ho preso nulla...
- Va bene, va bene, allora, caro Emilio Ilic: dev'essere proprio come tu dici: il paio di calzoni sar partito da s.
- Potrebbe darsi, Astasi Ivanovic, che il paio di calzoni fosse partito come...
Quando lo sentii parlare a questo modo, mi alzai in piedi, mi approssimai alla finestra, accesi la lampada che trovavasi sulla tavola e mi misi senz'altro al lavoro, senza aggiunger parola: dovevo cucire una giacca per l'impiegato che abitava nella stessa casa, il piano superiore al mio.
Se avessi conversato ancora, certo il mio spirito turbato avrebbe trovato sfogo. Meglio sarebbe stato che tutti i miei vestiti fossero bruciati nella stufa, che aver quel sospetto in corpo!
Emilio sembr accorgersi dell'ira che mi bolliva in petto, perch, come la procellaria sente la tempesta, l'uomo che ha commesso una mala azione teme sempre ci che in seguito a questa mala azione pu accadergli.
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Capitolo 9.
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Non poteva rimanere a lungo in silenzio.
- Non avete saputo ancora, Astasi Ivanovic, - cominci con voce malsicura - che Antip Protoric, il contadino, si  sposato la vedova del fiaccheraio morto da poco?
Io guardai Emilio con un aspetto cos evidentemente incollerito, che egli intu il mio pensiero, come se lo avessi espresso.
Si alz, si diresse verso il letto e si mise a frugare, a cercare di furia, borbottando di tanto in tanto:
"Ma dove si son cacciati, questi birbanti di calzoni?".
Io mi stavo chiedendo con curiosit che cosa sarebbe accaduto, quand'ecco che Emilio si mette in ginocchio e senz'altro scivola sotto il letto, addirittura, ed allora non posso trattenermi pi.
- Si pu sapere che cosa fai l, a quel modo, Emilio Ilic?
- Cerco i calzoni azzurri che non trovate pi, Astasi Ivanovic!
- Ah, signor mio, - lo chiamavo cos soltanto quando ero in collera con lui - signor mio, non vale la pena che tu ti tormenti cos, che tu ti scortichi le gambe, per un povero diavolo par mio!
- Ma forse, cercando bene, potremo trovare quei pantaloni azzurri... Astasi Ivanovic...
- E forse tu me li avresti rubati, eh, solo per compensarmi del bene che ti ho fatto... Sarebbe un'azione veramente miserabile...
Gli dicevo questo, non perch fossi molto adirato con lui per la mancanza dei calzoni, ma perch ero seccato di vederlo in quella positura davanti a me...
La reazione a queste mie parole fu immediata.
- Oh, no, Astasi Ivanovic! - diss'egli, stando sotto il letto.
Rimase a lungo dov'era, poi, quando credette bene trarsene fuori, lo vidi sbucare.
Lo guardai: era pallido come un cencio lavato.
Si rimise a stento in piedi, mi si sedette vicino, presso il davanzale della finestra, e per una decina di minuti rimase immobile, senza guardarmi se non di tanto in tanto, nascostamente.
Poi si alz, e riprendendosi, disse ancora:
- No, no: Astasi Ivanovic, state certo che non vi ho venduto i calzoni azzurri.
Ma mentre egli parlava, vidi che il suo corpo era come agitato da un leggiero trasalimento. Egli si copr con mano tremante il petto, che risuon come un tamburo, e la sua piccola voce bel in un modo cos pietoso, che io mi sentii improvvisamente inquieto, e rimasi in piedi presso la finestra, come se avessi i piedi inchiodati al suolo.
- Allora, - balbettai a mia volta - scusami, Emilio Ilic, di averti accusato. Ammettiamo che i calzoni si sian perduti, e non per questo saremo pi poveri. Grazie a Dio, abbiamo le nostre braccia, e non avremo bisogno di metterci a rubare, per poter mangiare tutti i giorni: sappiamo come guadagnarci il nostro tozzo di pane quotidiano.
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Capitolo 10.
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Emilio Ilic mi aveva ascoltato con tutta tranquillit, ed io mi sentii alquanto sollevato. Egli si sedette nuovamente, e per tutta la sera rimase in quella posizione senza fare il menomo movimento. Quando andai per coricarmi, non aveva ancora mutato positura.
L'indomani, lo trovai disteso al suolo, ancora avvolto nel suo miserabile mantello e cos avvilito che non osava chiedermi di permettergli di coricarsi sul letto, accanto a me.
Dopo questo momento, debbo dire la verit, signore, lo presi in odio, da quanto prima gli volevo bene. Sentivo per lui lo stesso sentimento che si pu sentire per il proprio figlio che ha osato derubarvi, o insultarvi mortalmente.
Quanto ad Emilio, lui, bevve ancora e per una quindicina di giorni si ubriac al punto da cadere come fulminato dall'alcool, sulla pubblica via. Certo, i rimorsi lo rodevano e voleva in quel modo punirsi da s.
Alla fine, quando ebbe bevuto tutto, voglio dire tutto il denaro del quale disponeva... rimase in casa, sempre seduto al davanzale della finestra.
Cos rimase per ben tre giorni, senza dire parola.
L'ultima sera, lo guardai con maggior insistenza del solito, ed egli si mise improvvisamente a piangere come una vite tagliata. Un vero diluvio di lacrime, che non si capiva come potesse colare per quelle guance, cos.
 davvero molto penoso vedersi davanti un uomo, e un uomo dell'et di Emilio, piangere di dolore, non c' che dire.
- Che cos'hai dunque, Emilio? - gli domandai, rivolgendogli finalmente la parola; e in quello stesso momento, egli fremette e si ripieg su se stesso.
Infatti, era quella la prima volta che gli parlavo, da dopo la faccenda dei calzoni.
- Si pu sapere cos'hai, Emilio Ilic, per essere cos triste? si pu saperlo?
- Gli  che vorrei cominciare a lavorare un po', Astasi Ivanovic! - mi rispose.
- E a quale specie di lavoro vorresti dedicarti, Emilio Ilic? - gli chiesi.
- Ho gi fatto domanda presso Fedossei Ivanovic, perch non  giusto che io continui ad esservi di peso, Astasi Ivanovic; e state tranquillo che, se riesco a trovare un impiego, vi restituir tutto quel che avete speso per me, vi rifar di tutto, ma non potr mai ripagare il bene che avete fatto al mio cuore...
- Basta, basta, Emilio Ilic; se  avvenuto qualche cosa che non ti piaccia ricordare, sappi che io da gran tempo l'ho dimenticata... Che il diavolo se ne occupi: io, quanto a me, non ci penso pi, e tu fa altrettanto.
- Certo voi crederete ancora, Astasi... ma vi giuro che non sono stato io a prendere... a prendere quei bei calzoni azzurri...
- Inteso, inteso, mio piccolo Emilio...
- Non mi  possibile restare pi a lungo presso di voi, Astasi Ivanovic... Voi certo penserete... ma...
- E si pu sapere chi ti dice di andartene? Io non ti ho detto certamente nulla di simile.
-  vero, ma non  giusto che io rimanga cos eternamente in casa vostra: preferisco andarmene... Voi non siete pi per me quello di una volta... - concluse sospirando dolorosamente e guardandomi come un cane frustato.
- Ma no, ma no; non te ne devi andare via; agisci come un fanciullo capriccioso, facendo cos!
- Ma voi, tutte le volte che uscite, chiudete a chiave i vostri cassetti, me ne accorgo bene: lo vedo, e mi vien da piangere. Lasciate che vada via, Astasi Ivanovic. Ah, scusatemi per tutte le noie che vi ho potuto causare durante la mia permanenza in casa vostra...
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Capitolo 11.
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Che cosa ve ne sembra, signore?
Emilio se ne and veramente. Io l'aspettai un giorno, l'aspettai tutto il giorno, pensando che certamente la sera si sarebbe mostrato; ma la sera egli non venne; l'indomani, nemmeno.
Il giorno dopo, egli non rientr.
Io cominciai ad essere preoccupato: non bevevo pi, non mangiavo pi, non dormivo pi. Quell'uomo mi aveva levato la pace, mi aveva turbato l'anima.
Il quarto giorno, non ne potei pi, e corsi di osteria in osteria, dove avevo la speranza di trovarlo: invece, non vidi neppur l'ombra del mio Emilio.
"Senza dubbio", dissi fra me, "si  ubriacato in modo pi spaventoso del solito, o si  rannicchiato contro un paracarro e rimane l, come un fachiro, ad attendere che scorra il tempo...".
Tornai a casa fuori di me, e l'indomani decisi di cercarlo con tutte le regole dell'arte, mentre mi scagliavo tutte le possibili maledizioni che uno si possa lanciare da solo. Infatti, era umano aver lasciato uscire di casa uno stordito come quello?
Ebbene, ecco, il quinto giorno - che era una domenica - all'alba, sento uno scricchiolo alla porta, e mi vedo entrare Emilio, col viso addirittura livido, i capelli sporchi di fango, come se fosse rimasto a lungo coricato sulla strada. Era scarnito, come uno che abbia fatto un lungo digiuno.
Si lascia cadere sul mio banco di lavoro, si leva di dosso il misero mantello e mi guarda.
Io, in fondo al mio cuore sentivo una grande gioia; eppure vi giuro signore, che se avessi commesso un peccato come quello commesso da lui avrei preferito crepare sulla strada piuttosto che tornare dalla persona che...
Egli invece, Emilio, era tornato.
Vedere il prossimo in quelle condizioni  poco piacevole, e io gli feci la migliore accoglienza possibile, lo confortai, gli feci festa, se cos ci si pu esprimere.
- Mio piccolo Emilio, - gli dissi poi, quando ebbi esternato la mia gioia - sono contento di rivederti; se tu avessi ancora tardato, sarei corso nuovamente, come ieri, a cercarti in tutte le osterie. Di', hai mangiato in questi giorni?
- Ho mangiato, Astasi Ivanovic.
- Davvero, ti sei nutrito a dovere? Ecco, fratello mio, questa  una zuppa di cavoli col lesso, ed  rimasta da ieri: se vuoi, pu bastare per rompere il digiuno, stanane... Eccoti ancora dei ravanelli e del pane... Mangia, mangia, Emilio; dopo discorreremo. Intanto, ti rimetterai.
Mi accorsi allora con facilit che quell'uomo non aveva messo nulla nel ventre da almeno tre giorni: lo si capiva perfettamente dal modo col quale divorava il cibo. Forse, era stato ricondotto a casa mia dalla fame, non da altro.
Mi fece molta pena vedere in che stato era ridotto, e tuttavia corsi in un'osteria e comprai di che rallegrargli lo spirito.
Pensavo:
"Spegneremo ogni residuo della nostra divergenza, bevendo. Io non ti odio, mio piccolo Emilio Ilic; vedi, ti porto dell'acquavite".
- Guarda, Emilio Ilic, - dissi entrando - oggi festeggeremo la domenica bevendone un goccio. Ecco il tuo bicchierino, bevi con me, ti far bene, vedrai.
Egli aveva teso con avidit la mano per prendere il suo bicchierino; ma ad un tratto quella mano si ferm. Egli la stese ancora, ma le sue dita tremarono con tanta violenza che egli le apr e l'acquavite si rovesci e si sparse a terra.
Ne versai dell'altra. Egli riprese il suo bicchierino, ed ecco che, come la prima volta, l'acquavite ricadde.
- Che cosa  questo, Emilio Ilic?
- Ah, Astasi Ivanovic, gli  che non voglio pi bere, ecco tutto.
- Hai forse deciso di non bere soltanto per oggi? Oppure per tutta la vita?
Egli guard con fissit davanti a s e appoggi testa sulle mani.
- Si pu sapere che cosa ti senti, Emilio? Sei forse ammalato?
- Io... io mi sento benissimo... Astasi - E tacque, chiudendo gli occhi e impallidendo in modo impressionante.
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Capitolo 12.
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Lo portai a letto di peso.
Egli aveva il capo ardente e tutto il suo corpo era percorso da brividi, dai brividi di una febbre certamente altissima.
Durante la notte lo curai e il suo male tuttavia non miglior, n rimase stazionario.
Provai a fargli una tisana.
- Bevi questa, Emilio, - gli dissi - questa, vedrai che ti far bene.
Egli scosse il capo.
- No, - mi rispose - preferisco a mezzogiorno mangiare qualche cosa.
Gli preparai allora il t, corsi dalla vecchia padrona, la seccai pi volte, chiedendole consigli. Emilio non migliorava affatto, ed io non potevo far a meno di pensare:
"Stavolta il mio povero Emilio non la scampa...".
Il terzo giorno, vedendo che Emilio era in condizioni allarmanti, andai a cercare un medico di mia conoscenza, un uomo che dava consulti e che si chiamava Kostapranov. Lo avevo conosciuto quando servivo in casa Bosmagin, e mi aveva curato bene, pi volte, cosicch avevo molta fiducia in lui.
Come venne, gli bast dare un'occhiata all'infermo, per dire sottovoce a me:
- Non valeva la pena che mi disturbaste; questo uomo  irrimediabilmente perduto; nessuna potenza umana lo pu salvare; tuttavia, posso ordinargli una certa polverina...
E scrisse una ricetta.
Ma io non diedi la polverina al mio Emilio, perch capii che il medico l'aveva ordinata per compiacenza, ed anche perch un medico non pu visitare un infermo e poi non ordinare nulla...
Il quinto giorno, Emilio entr in agonia. Io, col mio lavoro, ero seduto accanto alla finestra, e la vecchia manteneva ben acceso il fuoco, perch l'infermo dimostrava di sentir freddo.
Noi tacevamo entrambi.
Emilio era ridiventato talmente padrone del mio cuore, che mi sembrava di esser per seppellire il mio unico figlio.
Fin dal mattino, mi ero accorto che Emilio non ristava un istante dal guardarmi, come se avesse qualche cosa da dirmi e gliene mancasse il coraggio.
Che espressione lamentevole avevano gli occhi del pover'uomo! Egli seguitava a fissarmi, e non appena si accorgeva che io facevo altrettanto, perch aveva attirato la mia attenzione, abbassava i suoi.
- Astasi Ivanovic...
- Ebbene, mio piccolo Emilio...?
- Ecco, volevo dirvi una cosa: se voi oggi come oggi portaste al mercato degli abiti usati il mio vecchio mantello, quanto credete che ne potreste ritrarre...?
- Ma, non saprei, Emilio Ilic: forse due rubli... no no, forse anche tre...
Ma dentro di me io dicevo:
"In fede mia, se io mettessi in vendita quello straccio, non solo nessuno mi darebbe un soldo, ma mi riderebbero senz'altro sul muso".
Se avevo detto due o tre rubli, era stato soltanto per far piacere ad Emilio.
- Tre rubli... - ripet Emilio -  proprio la somma che speravo. Questo mantello  di stoffa buona, vero, Astasi Ivanovic? Che ne direste... perch non vi dovrebbero dare tre rubli? Volete andare a venderlo? Ma badate bene che io non intendo cederlo per meno di tre rubli...
E tacque. Un momento dopo, riprese il suo argomento favorito:
- Tu dunque andrai a vendere il mio mantello... perch quando sar morto, che bisogno ne avr?  una stoffa che vale, Astasi Ivanovic, e pu ancora servirti...
Ed ecco, lo ripresero le convulsioni.
Tutti e due tacevamo. Pass una lunga ora. I nostri sguardi si incontrarono ed egli abbass ancora gli occhi.
- Vuoi un po' d'acqua, Emilio?
- S, Astasi Ivanovic.
Gli diedi da bere.
- Grazie...
- Vuoi qualcos'altro, Emilio?
- No... ma s... io ho...
- Ebbene, che cos'hai?
- Quei calzoni... quei calzoni azzurri... sono io che li ho presi... il giorno che...
- Che Dio ti perdoni, mio piccolo Emilio, dtti pace...
Non respiravo pi, le lacrime mi soffocavano.
Mi sedetti vicino al letto ed egli mormor:
- Astasi Ivanovic...
Voleva certo dire qualche cosa, prov ad alzarsi, le sue labbra furono agitate da un tremito convulso. Ad un tratto, il suo viso si fece colore cianotico, egli mi guard con aria strana, trem, impallid.
Ma questo sforzo lo esaur, e gli ricadde indietro la testa.
Dette un sospiro e rimise l'anima travagliata nelle mani di Dio.
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FINE.